lunedì 16 gennaio 2017

RECENSIONE || "Anche noi l'America" di Cristina Henrìquez

<<Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora? [...] Voglio idre, qualcuno forse parla del perché la gente attraverso il confine? Vi giuro che non è per chissà quale ambizione di venire qui e rovinare la vita ai chingaos gringos. La gente è disperata, sapete?>>


"Anche noi l'America" di Cristina Henrìquez, NN Editore, è un titolo davvero azzeccato per l'atmosfera che si respira durante tutto il libro e nella storia della famiglia messicana Rivera. Dopo un incidente che ha causato un trauma cerebrale alla loro unica figlia, Maribel, Alma e Arturo Rivera decidono di spostarsi in maniera regolare dal Messico agli Stati Uniti. I medici li hanno incoraggiati a iscrivere Maribel in una scuola che le permetta di riprendere più in fretta le capacità che ha perso dopo l'intervento subito.

Ed ecco che arrivano in una piccola città del Delaware, in un palazzo in cui abitano praticamente solo latini. Per loro non è semplice integrarsi a partire dal non capire la lingua inglese, passando al clima e al cambio di lavoro, amici e casa: non hanno più la sicurezza di essere nel posto giusto, non sentono l'odore tipico del loro Paese, ma sono costretti a cambiare per avere l'istruzione migliore per Maribel. 

Lo stesso i Rivera non si scoraggiano e stringono amicizia con la famiglia Toro emigrata negli Stati Uniti quindici anni prima. Anche loro hanno hanno dei figli: Enrique ormai al college e Mayor che ha la stessa età di Maribel, ma che viene preso di mira dai compagni di scuola per la sua gracilità. Maribel è bellissima ma guardandola attentamente sembra che abbia qualcosa che non va: non risponde alle domande, se lo fa non sempre è la risposta giusta. Tiene con sé un quaderno verde in cui annota tutto ciò che si può dimenticare, come il numero dell'autobus e a quali insegnanti riferirsi a scuola. Mayor ne è completamente conquistato e dopo un primo periodo di conoscenza tra i due sboccia l'amore, un amore adolescenziale ma terapeutico per Maribel che finalmente ha l'occasione di condurre una vita normale con qualcuno che crede in lei.

Alma Rivera, la madre di Maribel è divorata dai sensi di colpa: non riesce a perdonarsi l'incidente accaduto a Marible e per questo la tiene continuamente sotto controllo, costantemente in ansia che le succeda qualcosa di terribile come è già stato. Alma non sa come la sua vita cambierà, come perdendo qualcuno (ri)troverà qualcun altro che aveva perso da tempo.

<<L'autista, una donna col berretto da baseball, fece un cenno e gridò:"Hello!". Questo lo capivo. Quando però continuò a parlare mi smarrii. Arturo mi guardò come come per domandarmi se sapevo cosa stesse dicendo. Io scossi la testa e pensai: Ecco com'è per noi, qui.  Ecco come sarà.>>

La storia è costruita su diversi personaggi che raccontano la loro storia. Ogni persona che abita in quel palazzo narra brevemente come, da dove e perché ha scelto di emigrare negli Stati Uniti, i sogni che dal Sud America li hanno spinti a cercare qualcosa di meglio fallendo miseramente ma ritrovando, in qualche modo, la libertà promessa dalla bandiera e stelle e strisce. 
I protagonisti sono le due famiglie, Rivera e Toro, che si passano la palla, raccontando prima uno e poi l'altro la narrazione, portandola avanti e rivivendo alcuni fatti salienti già affrontati dal precedente narratore. Maribel non prende mail la parola. La storia d'amore tra Mayor e Maribel è centrale e non può che stringere il cuore e far riflettere il lettore. 

L'accento è posto sulle emozioni provate da ogni singolo componente della storia nei confronti della sua identità di origine che trova contrasto con il suo nuovo essere americano. 
Ciò che di questo aspetto mi ha più sorpresa è che la Henrìquez riesce ad affrontare questo tema senza aggressività, senza odio, con umiltà ma anche con orgoglio. I suoi personaggi non sono boriosi, lavorano per conquistarsi un posto nella società in cui ora vivono, senza farsi i mettere i piedi testa, rimanendo il più possibili loro stessi, attenendosi ai loro principi ma sforzandosi di entrare più possibile nella comunità. Non è semplice scrivere un romanzo con un tema razziale così forte senza cadere in luoghi comuni o facili rappresaglie, Cristina Henrìnquez non cade nel tranello.

<<La verità è che non lo sapevo cosa fossi. Mi sentivo americano e non me lo lasciavano dire, mi dicevano che ero panamense ma non mi ci sentivo.>>

<<... e mi sentii come mi sentivo spesso, in questo paese: invisibile e appariscente insieme, una bizzarra di cui tutti si accorgevano ma sceglievano di ignorare.>>



Un libro che mi ha colpita per la sua umanità, per la capacità dell'autrice di descrivere emozioni, sentimenti e sensazioni; in grado di costruire una realtà in cui è facile credere, in cui la fatica e la voglia di integrarsi è palpabile in cui si sente il grido "Anche noi l'America", anche noi vogliamo avere fortuna, anche noi vogliamo lavorare, anche noi vogliamo essere americani. Con uno stile avvolgente, la Henrìquez riesce a instaurare un rapporto di complicità con il lettore, nascondendo la dinamica dell'incidente di Maribel e poi sorprendendo con un colpo di scena inaspettato. In contemporanea scioglie i nostri cuori con la storia d'amore tra i due ragazzi e nella caparbietà di Mayor per stare con Maribel nonostante le difficoltà imposte da entrambe le coppie di genitori.

<<"Cos'è successo?" chiesi.
"Come?".
"È stato un incidente d'auto?".
"Quando?".
"Scusa. Voglio dire cosa ti è successo?".
"Sono caduta. Ero su una..". Si interruppe. "È lunga".
"È una lunga storia?".
[...] Odiavo quando non capivo dove voleva arrivare. Volevo dimostrarle che riuscivo a seguirla. Volevo essere l'unica persona con cui potesse parlare facilmente.>>


Come lettrice ve lo consiglio per la bontà e la piacevolezza della lettura, come blogger ve lo consiglio perché "Anche noi l'America" è un libro originale e che arricchisce la mente e il cuore del lettore.


COPERTINA 7,5 | STILE 8,5 | STORIA 9 | SVILUPPO 9



Titolo: Anche noi l'America
Autore: Cristina Henrìquez, traduzione di Roberto Serrai
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 310
Prezzo: 17,00 euro




Trama:

Maribel Rivera è una ragazzina bella e felice, fino all’incidente che le cambia la vita. I genitori decidono di abbandonare la sicurezza della propria casa in Messico per trasferirsi negli Stati Uniti, nel Delaware, così da garantirle la migliore assistenza possibile. Il sogno americano dei Rivera si traduce nella possibilità di dare un futuro alla figlia.

Mayor Toro vive nella casa accanto, e la sua famiglia è arrivata dal Panama quindici anni prima. Il ragazzino è il solo che riesca, lentamente, a entrare in sintonia con Maribel e a farle tornare il sorriso. Le voci di Mayor e di Alma, la madre della ragazza, si alternano con quelle della comunità dei vicini: uomini e donne dalle vite divise, che devono lottare per conquistare un nuovo presente, lasciandosi alle spalle la nostalgia e le fatiche del passato.

L'AUTRICE


Cristina Henríquez è autrice della raccolta di racconti Come Together, Fall Apart, che è stata Editors’ Choice del New York Times, e del romanzo Il mondo a metà (Fazi, 2010). I suoi lavori sono stati pubblicati su The New Yorker, The Atlantic, The American Scholar, Glimmer Train, Ploughshares e Oxford American, oltre che in varie antologie. Vive in Illinois. Anche noi l’America ha ispirato un progetto tumblr: The Unknown Americans Project.

martedì 10 gennaio 2017

RECENSIONE e INTERVISTA || "Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri

Buongiorno, lettrici e lettori!



Sono davvero contenta di recensire in anteprima il libro del vincitore del Premio Italo Calvino 2015,
"Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri (18,oo euro, 345 pagine) Feltrinelli Editore.


Un romanzo molto intenso e sintatticamente, lessicalmente e narrativamente denso.



Sì, denso. "Teorema dell'incompletezza" ha una trama molto avvincente che rapisce al primo sguardo sulla quarta di copertina. Due fratelli ai poli opposti, il loro papà morto in una rapina nel suo bar e una cornice contente una moneta, sul cui retro c'è un codice cifrato che dice "Non lasciarmi sola Clelia 1979". 


Allora forse la morte del padre non è stata a causa di una rapina. Che cosa nasconde il suo passato? Ecco che entra in campo nei pensieri del nostro protagonista (il fratello "pecora nera" il fratello Tito: poliziotto, fedele ai suoi principi, retto e rigido. Tito è già da tempo sulle tracce del passato del padre. I casi sono due o il padre faceva parte delle brigate rosse con Clelia o era una spia. Oppure la spia era Clelia?



Ecco che Callieri ci riporta attraverso la storia combattuta, sordida e intrigante fino agli anni settanta del Novecento, gli anni di Piombo. Un periodo pieno di sfumature e di estremismi, un lasso di tempo confuso e nerissimo che sarà riesumato attraverso le ricerche dei due fratelli e dei loro amici.


Lo scenario che crea l'autore può sembrare al primo impatto molto confuso, il lettore  si sente smarrito, fatica ad entrare nella storia e creare un rapporto di complicità con i personaggi. Dopo i primi momenti si entra nel clima di tensione che Callieri mostra attraverso la vita squilibrata che conduce il protagonista: alcol, droga, visioni del padre che lo porta attraverso la sua storia, nel passato, idee al limite della criminalità.
Il continuo scontro con il fratello poliziotto ("la guardia") riesce a far emergere le visioni opposte della società su temi politici e umani spinosi: dal G8 alla politica che imperversava all'epoca, con frasi fatte, pensieri comuni ma anche innovativi che possono nascere solo da un dibattito. In una Roma decisamente "burina", il lettore viene trasportato attraverso il tempo in un vortice molto realistico. 



Oltre al presente e ai flashback, nel libro  sono presenti capitoli dedicati a dei Diari criptati in cui i fatti storici sono gli unici dati che troviamo. Questa idea aiuta molto a capire la parte narrativa del libro, guidando il lettore a percorrere la storia che sempre di più si complica e si ammassa. Un romanzo d'esordio molto profondo e non adatto a tutti, con un'accento su temi poco frequentati e originali, difficile da scrivere mischiando fatti storici inoppugnabili con una parte narrativa di fantasia e un tocco di soprannaturale (o allucinazioni risultato delle tante droghe assunte?). 


Per completare questa recensione credo sia meglio lasciare spazio a Valerio Callieri. Simpatico e per niente pomposo vi consiglio di leggere questa intervista:












L'Officina del Libro: Innanzitutto vorrei chiederle come è nata l’idea di una storia così densa e piena, con questi due personaggi contrapposti (Tito e suo fratello) e una storia quasi di spionaggio nella Roma odierna.

Callieri: I personaggi sono nati con diversi tentativi di riscrittura, sono nati insieme allo stile del romanzo, credo. Ho sentito la necessità di raccontare innanzitutto delle dinamiche emotive che mi coinvolgono e di farle interagire con il contesto sociale degli ultimi cinquant'anni. Di raccontare la nostra storia da punti di vista inconciliabili, in modo che ognuno fosse un diverso paio di occhiali e che nessuno paio di occhiali fosse quello “giusto”, quello con la messa a fuoco perfetta. E poi, al di là di tutto, credo che la storia italiana sia un generatore di storie che aspettano ancora di essere raccontate con lenti di diverso spessore e colore.


L'Officina del Libro:  Leggendo il libro ho notato che il punto di vista da cui viene raccontata la storia (Diari a parte) è quella del fratello che ha più problemi. Droga e una mancanza e un lutto che non vuole essere riconosciuto. In questo modo vuole sostenere una certa posizione, forse personale?

Callieri: Il personaggio del narratore, il fratello minore, è fondato su una ferita di malinconia. Tenta di nasconderla o ripararla con i mezzi a disposizione, quelli del contesto sociale e relazionale. Ma più di quelli elencati nella domanda, ciò che lo caratterizza veramente è l'ironia con la quale si difende dal contatto reale con se stesso e con gli altri, da una relazione amorosa per esempio. Per quello che mi riguarda: tutto è personale e tutto il personale deve essere tradito per funzionare in una narrazione.


L'Officina del Libro:  Sappiamo che far coincidere una storia “di fantasia” con degli eventi storici non è semplice; ancor meno se il periodo di cui parliamo fa parte di una sezione di storia italiana davvero nera, gli anni di Piombo. Quanto è stato difficile incastrare tra loro gli avvenimenti e i personaggi per far risultare l’idea di un’atmosfera continuamente sfumata e sbavata, dove la ragione non sta da nessuna delle due parti, senza tralasciare il realismo?

Callieri: Penso che questa sia la sfida del romanzo che si va impelagare in questi territori. Riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la Storia e i percorsi interiori dei personaggi in maniera che si facciano eco a vicenda. È difficile ma è probabilmente un grande allenamento narrativo, scrivere su una strada con degli argini che non puoi scavalcare quando vuoi.

L'Officina del Libro: Quale dei personaggi la rappresenta di più e le è stato più d’ispirazione nel romanzo?
Quale il più semplice o il più complicato da creare?

Callieri: Elena è stato quello che più complicato per me. Spero tanto di aver sfiorato una delle tante possibilità del “femminile reale”. È incredibile come ci sia una sorta di immaginario, assorbito nel tempo, che spinge verso la costruzione del personaggio femminile come “angelo del focolare”, manipolatore o tremendamente seduttore. Un immaginario di cui non è tanto facile liberarsi, purtroppo. Razionalmente sappiamo che sono stereotipi e non archetipi, ma far sì che questi stereotipi non si attivino durante la scrittura è un lavoro di scavo in stessi. E una necessità, credo, della narrazione di oggi (oltre che politica, ovviamente).


L'Officina del Libro:  Mi ha colpita molto il rapporto tra i fratelli che, dopo la morte del padre, sono opposti tendono a ricongiungersi per scoprire che cosa è accaduto. Anche in questo hanno visioni diverse e solo alla fine il loro rapporto si sana in termini drammatici. Ha preso spunto da esperienze personali nel creare il loro rapporto oppure è frutto della sua fantasia?

 Callieri: Non c'è un'esperienza personale in senso stretto. Ehm... sono figlio unico. Però, appunto, è innegabile che ogni dinamica emotiva della storia nasca da qualcosa che ho sentito e che ho trasfigurato. E tradito, come dicevo prima. Ci sono rapporti di amicizia, per esempio, che possono essere simili alla fratellanza, raramente ma ci sono.


L'Officina del Libro:  Gli amici del fratello minore non sono questi stinchi di santo, tra droga e rappresaglie politiche sono decisamente dalla parte della criminalità. Lo stesso rimangono fedeli al loro amico, il loro giudizio è quindi mitigato.
Qual è il suo punto di vista in questa situazione? Ragazzi borghesi uguale bravi ragazzi, ragazzi che non sempre filano dritto uguale ragazzi migliori, oppure ha una sfumatura intermedia?

Callieri: Per dirla in maniera pomposa: il mio punto di vista è quello drammaturgico. Quello che ho tentato di fare è proprio questo: evitare qualsiasi giudizio di natura morale o sociologica sui personaggi. Credo una delle funzioni della letteratura è portarci molto lontano da lì, e anzi farci abbracciare posizioni che nella nostra quotidianità difficilmente staremmo ad ascoltare. 
Come esempio, così su due piedi mi vengono in mente Le benevole di Littel, Brevi interviste con uomini schifosi di Wallace o Io sono il mercato di Rastello.


L'Officina del Libro: C’è un che di soprannaturale nel libro, quando il protagonista vede e sente il padre nel passato, una sorta di fantasma che lo ruba alla realtà, come se cercasse di aiutarlo a capire che cosa è davvero successo. In un libro così attaccato fatti storici e quindi davvero legato alla realtà, è stato rischioso inserire una parte che poteva stonare ma che alla fine si amalgama benissimo alla trama. Come le è venuto in mente questo espediente?

Callieri: Beh, innanzitutto grazie per “si amalgama benissimo alla trama”. Sì, forse è stato rischioso perché, mi viene da pensare, è una commistione di generi. È difficile trovare, nel nostro panorama editoriale (per quello che conosco almeno), questi scavallamenti: nel senso un noir è un noir, a volte a sfondo storico, a volte metropolitano. Io non saprei proprio definire la mia storia, perché ha un impianto innegabilmente “detective”, però è, almeno spero, impastata di ironia, poi c'è un fantasma e poi la Storia come territorio in cui si muovono i personaggi... boh. L'espediente del fantasma è stato, come dire, istintivo. Poi l'ho lasciato, perché funzionava, perché secondo me raccontava la ferita e il desiderio del protagonista in maniera “visiva”.

L'Officina del Libro:  Questo è il suo primo romanzo, vincitore di un importante premio per scritto emergenti, il Premio Italo Calvino. Sta lavorando già a un secondo romanzo?

Callieri: Diciamo che prendo appunti e leggo molto. Diciamo che è una domanda che mi fa aumentare il battito cardiaco e pensare oddio, oddio e questa come la sfango?  








lunedì 9 gennaio 2017

RECENSIONE || "Hannah Coulter" di Wendell Berry

<<Ripenso ad Art Rowanberry, che è andato in guerra anche lui, ha fatto ritorno a casa e di proposito non si è mai più allontanato di qua, e mi vengono in mente le sue parole:"Qualcosa di meglio! Tutti non parlano d'altro che di qualcosa di meglio. L'unica cosa davvero importante è sentirsi bene ed essere orgogliosi di ciò che si ha, anche quando è soltanto una baracca di tronchi.">>



Torno a Port William nella città costruita dalla penna fluida e genuina di Wendell Berry, con i suoi instancabili abitanti. "Hannah Coulter" Lindau Edizioni oltre a essere il titolo di uno dei suoi libri è anche la protagonista di una storia che potrebbe benissimo essere capitata a una qualsiasi donna americana di campagna durante la seconda guerra mondiale.



<<Erano tempi duri, e oggi la maggior parte della gente, se solo riuscisse a immaginarli, direbbe che la nostra era una vita faticosa. Ma tra noi c'era comprensione, non pativamo la fame e avevamo dei buoni vicini.>>


Hannah nasce come Steadman. Si sposa e rimane vedova come Feltner. Si risposa, cresce e muore come Coulter. La storia di Hannah non è tra le più semplici ma di sicuro è in grado di catturare il lettore con la sua tenacia contro le difficoltà, il dolore e la paura. Come di consueto Wendell Berry costruisce un mondo buono ma non privo di drammi: Hannah è amata ma dovrà lavorare febbrilmente prima per cercare un lavoro poi per riprendersi dal lutto -costretta tra i sensi di colpa, fare la madre, non mancare di rispetto alla memoria del defunto marito e alla sua famiglia, la consapevolezza di essere ancora giovane e di meritare un altro amore- del suo primo marito e infine per costruire insieme a Nathan -il suo secondo amore- la fattoria che la vede diventare adulta, anziana e poi morire. Piccolo ma fondamentale è lo spaccato sulla guerra per chi rimane, per chi ma soprattutto per chi torna, come nel caso di Hannah.


<<A volte avvertivo un dolore che mi passava da parte a parte, come una pioggia sottile. La guerra era una presenza corporea. Stava dentro ognuno di noi, ma nessuno ne parlava.>>



 Lo scenario bucolico e legato alla terra e alla fatica fisica come al solito scatena in me la voglia di  una realtà più pulita e in un certo senso più semplice: spesso nel libro si fa riferimento alla voglia dei giovani e del mondo di un futuro migliore di quello in cui sono cresciuti; lavorare la terra è faticoso e non è remunerativo ma almeno rende liberi. Il dio Denaro richiama i suoi discepoli e porta via a Hannah i suoi figli e i suoi nipoti. 

Attraverso il flashback di una vita, Hannah ci racconta il suo presente, la sua vita e quella dei suoi figli. La storia è quella tipica di una persona anziana legata a valori fondamentali se vogliamo tradizionali (mai bigotti) che hanno un sapore di pulito. Attraverso la storia dei suoi figli comprendiamo il suo punto di vista e forse rivediamo in loro anche un po' di noi, sempre più presi da una routine che non ha fine e che ci prosciuga. I principi di Hannah hanno a che fare con qualcosa che non esiste più, il lavoro di squadra, l'aiuto tra famiglie, la comunità che sostiene pretende e regala. Il personaggio di Hannah viene incontro al lettore come una nonna, come qualcuno che sta dalla parte di ciò che è "giusto", del "bene" portando non solo ad ascoltare una sorta di favola ma anche a riflettere sul nostro presente. 

Attraverso uno stile deciso e fluido, Berry ci narra storie profondamente umane, lasciandoci intravedere una realtà definitivamente conclusa, con un sapore malinconico come un bel tramonto di fine estate. È sempre un piacere tornare a Port William.



COPERTINA 8,5 | STILE 8 | STORIA 8| SVILUPPO 7,5




Titolo: Hannah Coulter
Autore: Wendell Berry tradotto da Vincenzo Perna
Editore: Lindau Editore
Numero di pagine: 274
Prezzo: 19,00 euro

Trama:

Hannah Coulter ha alle spalle due matrimoni e tre figli. Ormai vedova, trascorre la vecchiaia nella sua fattoria del Kentucky ricordando le vicende della propria esistenza (le gioie e le tragedie della gioventù, il periodo della guerra, il lavoro della fattoria, i rapporti con i vicini, l’allontanamento dei figli, il ritorno del nipote scomparso) e rileggendole con la sensibilità e la saggezza che gli anni hanno distillato. Per Hannah, ormai prossima al termine della vita, l’unica certezza sta nell’accettazione dell’incertezza del mondo.
Dopo Jayber Crow, con Hannah Coulter Berry aggiunge un altro affascinante tassello alla galleria di personaggi memorabili che popolano Port William, una comunità immaginaria ma assolutamente «vera». Attraverso le vicende degli individui laboriosi, saggi, fieri e non di rado bizzarri che la compongono, Wendell Berry ci offre un vivido ritratto della vita di un piccolo centro di uno Stato del Sud, all’ombra dei grandi eventi della storia americana (dalla Grande Depressione alla seconda guerra mondiale, dall’avvento della società del benessere al declino provocato dall’abbandono delle campagne), ma in pari tempo ci parla dell’Uomo, del suo bisogno di stare in comunità, del suo rapporto con l’ambiente e con la terra.
Guardando al passato senza nostalgie, Hannah Coulter si rivela un’opera piena di forza, di amore per il mondo rurale, di devozione per la sua bellezza e di compassione per i suoi abitanti, e al tempo stesso una lucida riflessione sul precario equilibrio tra uomo e natura e sulle minacce che incombono sulla società contemporanea.


L'AUTORE


Romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista, Wendell Berry è nato nel 1934. 


Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e fellowship e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky. Jayber Crow è il suo primo romanzo tradotto in italiano. Nel Texas, la regista Laura Dunn ha realizzato il primo documentario sull'autore americano, The Seer. Il film, prodotto, tra gli altri, da Robert Redford, è stato presentato a marzo 2016 al South by Southwest Festival, in Texas. 

Il 17 marzo Wendell Berry ha ricevuto l'Ivan Sandrof Lifetime Achievement Award 2015 dalla National Book Critics Circle.



martedì 3 gennaio 2017

RECENSIONE || "Aringhe rosse senza mostarda" di Alan Bradley

Buongiorno, lettrici e lettori!

Finalmente posto la recensione di uno degli autori, che più mi ha sorpresa nello scorso 2016. "Aringhe rosse senza mostarda" è il terzo volume di una bella e intrigante serie firmata da Alan Bradley e editata da Sellerio editore (Qui la recensione del primo volume, "Flavia de Luce e il delitto nel campo di cetrioli"). 

La protagonista è Flavia de Luce, ragazzina di undici anni molto sveglia che abita nella campagna inglese (intorno agli anni '50 del Novecento) insieme a suo padre e alle sue due sorelle Ophelia e Daphne. I de Luce sono una famiglia aristocratica, insediata nei dintorni di Bishop's Lacey da centinaia di anni, in Inghilterra. Il loto castello, Buckshaw, è stato teatro di feste e felicità. Ora, dopo la morte della madre di Flavia, Harriet, è diventato un luogo in cui regna il silenzio se non per gli esercizi di pianoforte di Ophelia. 

La sonnacchiosa e tranquilla cittadina è protagonista al pari di Flavia di terribili crimini. In questo volume la nostra eroina dovrà fare i conti con un mistero passato e loschi traffici attuali. Una zingara con un carrozzone, una bambina scomparsa, un padre di famiglia che si pensa allontanato dal paese e oggetti antichi rubati sono gli ingredienti per un giallo con i fiocchi. Con l'inconfondibile ironia e sagacia di Flavia, Alan Bradley ci porta in un'avventura dove nulla è scontato e ogni pettegolezzo, chiacchiera ma anche formula chimica (di cui Flavia è esperta, in particolare studia e riproduce veleni) è preziosa. 

Lo stile ci riporta al sapore delle storie di Agatha Christie, con la differenza che qui i personaggi che ritroviamo di libro in libro sono più numerosi e lo scenario è sempre quello di Buckshaw. La narrazione è fluida e attrae subito il lettore che inevitabilmente instaura un rapporto di complicità con Flavia. Devo ammettere che non sempre questo personaggio è credibile: le nozioni chimiche, storiche e il buon senso non possono appartenere a una ragazzina che ha da poco concluso le scuole elementari. Lo stesso suscita simpatia e si incastra bene nel contesto creato da Bradley. Il ritmo si mantiene alto, le confidenze e i pensieri di Flavia tengono agganciato il lettore che non può fare a meno di cercare di scoprire la verità e la soluzione dell'enigma.

Consiglio questa serie agli appassionati di gialli (anche gialli storici) e come prime letture young adult. Flavia farà breccia nel cuore di grandi e giovani.


COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 8 |SVILUPPO 8



Titolo: Aringhe rosse senza mostarda

Autore: Alan Bradley, traduzione di Alfonso Geraci
Editore: Sellerio Eitore
Numero di pagine: 334
Prezzo: 14,00 euro













Trama:

Inghilterra anni Cinquanta. In un’antica casa di campagna vive la famiglia de Luce: il padre, vedovo, appassionato di filatelia e le tre figlie. La più piccola, undici anni, è Flavia, dotata di un’intelligenza insidiosa, curiosa e intraprendente, precoce scienziata con un debole per i veleni. Capace, se il caso lo richiede, di diventare detective. Le peripezie di Flavia e della sua famiglia costituiscono una delle grandi novità del giallo letterario internazionale, l’esordio un genere inedito che ha sorpreso il pubblico di tutto il mondo.
Per Flavia de Luce, undicenne avventurosa, due fronti sono sempre aperti. L’uno: la resistenza attiva contro gli scherzi feroci delle sorelle maggiori, la colta Daphne e la frivola Ophelia, così diverse ma così solidali nel tormento alla sorellina. L’altro: l’investigazione degli strani casi del villaggio inglese di Bishop’s Lacey, dove sorge tra i cottage aggraziati la sua antica magione. Flavia è infatti di famiglia nobile, eccentrica come si deve e naturalmente squattrinata. La cosa più preziosa che ha ereditato da un avo è la passione fruttuosa per la chimica, che fa il paio, per affinità di metodo, con la vocazione investigativa.
Durante la fiera nel prato della parrocchia, ha la curiosità di consultare una veggente, alla quale giunge visione di Harriet de Luce, la madre morta in una escursione in montagna quando Flavia era bambina. Poco dopo, la zingara è aggredita nel suo carrozzone e ridotta in fin di vita. Il minaccioso episodio, sommato all’impossibile apparizione, sollecitano la piccola investigatrice. Qualcosa si è smosso, forse nei misteri del passato, forse in quelli del presente: stavolta è un cadavere vero che la ragazzina scopre, appeso, come un segno voluto, al tridente del Poseidone di una fontana nella sua tenuta, e con una posata dell’argenteria di casa infilzata nel naso. Impossibile non credere che sia un segnale mirato alla sua famiglia.
Le storie dell’incantevole Flavia, a metà tra il romanzo d’avventura e il giallo deduttivo, formano una serie di grande successo che possiede l’instancabile nutrimento dei colpi di scena continui, del brivido a ogni passo, della giocosità che prorompe dallo sfondo più tenebroso, proprio dei classici della letteratura per ragazzi. Il brio spumeggiante del libro che non può che avvincere a ogni paragrafo. Ma l’intreccio complesso e conseguente, lo spessore psicologico dei personaggi, la specificità dell’ambientazione appartengono alla letteratura universale.

L'AUTORE

Alan Bradley (Toronto, 1940) è stato professore, giornalista, autore radiofonico fino a quando si è dedicato interamente all’attività di scrittore. Nel 2007 il suo primo romanzo con protagonista Flavia de Luce vince il Dagger Award, il premio della Crime Writers’ Association inglese, come miglior esordio. La serie Flavia de Luce mysteries, arrivata al sesto volume, è ora un sorprendente successo mondiale, premiata con vari riconoscimenti e tradotta in 31 lingue. Questa casa editrice ha pubblicato Aringhe rosse senza mostarda (2013), Il Natale di Flavia de Luce (2013), A spasso tra le tombe (2014) e Un segreto per Flavia de Luce (2015).

lunedì 2 gennaio 2017

RECENSIONE || "Neverhome" di Laird Hunt

"Io ero forte e lui no, perciò ci andai io in guerra a difendere la Repubblica. [...] Uno dei ragazzi mi sfidò a braccio di ferro e si ritrovò con il dorso della mano tutto scorticato quando gliela sbattei sul tavolo. Nessun altro volle provarci."


Così inizia "Neverhome" di Laird Hunt La nave di Teseo, romanzo irresistibile, intenso e impossibile da lasciare una volta iniziato; inno alla femminilità e al coraggio, all'amore e alla lealtà di una donna che per indole e carattere si sente più incline alla guerra e al valore rispetto a suo marito. 
Costance, prende il nome di Ash Thompson, che diventerà presto il "Galante Ash". Il soldato Thompson si fascia il seno, indossa la ruvida uniforme blu dell'unione e va a combattere in nome di Lincoln per abolire la schiavitù: la secessione vista da un soldato del nord. Una donna.
Ash non fatica ad integrarsi con gli altri uomini che non si accorgono (a parte qualcuno) della sua femminilità celata. Tra scontri, dolore e brutture Ash è la voce che accompagna tutta la storia, la sua storia e quella di un'America divisa in due, tra grigi e blu. 

"Eravamo giunti in un campo incredibilmente lungo e largo, dove c'eravamo noi su un lato e loro sull'altro. I loro ragazzi con i loro berretti da una parte, noi con i nostri dall'altra. Se avessimo indossato gli stessi colori, uno avrebbe potuto pensare di stare davanti a uno specchio. Come se alla fin fine ci preparassimo a sparare a noi stessi."

"questi erano gli ordini dei miei tenenti, dei miei capitani, del mio colonnello e di chiunque altro portasse l'uniforme giusta. E tu li eseguivi, ovvio, e se non li seguivi quando la battaglia infuriava morivi. Forse morivi comunque. C'era sempre questa possibilità. La morte era la biancheria intima che portavamo tutti."

Le avventure di Ash vengono narrate tramite una voce schietta, senza nessun tipo di fronzolo o vergogna o timore. La realtà viene così esposta alla luce: crudeli battaglie, arti sparsi, giovani strappati alla terra per ritornare alla terra, uomini nell'età della maturità tolti troppo presto alle loro famiglie. Le donne viste come sante, prodighe per salvare vite non per spazzarle via. Ash è il prototipo di donna emancipata, anche se di un'emancipazione a metà: nessuno può sapere che è una donna ma lei crede nell'abolizione della schiavitù ed è pronta a battersi per questo.
Ash passerà da combattere con la sua compagnia, a eventi fuori dall'ordinario come il rapimento da parte dei ribelli, la ferita al braccio e la conseguente infezione che la costringerà a rifugiarsi in città dopo un lungo pellegrinaggio - tra boschi, lande desolate e cespugli usati come nascondiglio- fino alla casa di un'infermiera e dopo a un manicomio - prigione da cui uscirà grazie alla sua scaltrezza e intelligenza.

"Il vento portava odori nauseanti. Di corpi che non potevano fare i loro bisogni. Di cose aperte che non avrebbero mai dovuto aprirsi."

Un racconto cruento, che non risparmia nulla al lettore, con uno stile fluido e coinvolgente che trasporta in una storia davvero originale. Il personaggio di Ash è rappresentato in maniera genuina e credibile: il suo carattere è sensibile ma non tenero, forte e coraggiosa una degli "uomini" migliori della sua compagnia, un tiratore strabiliante. 
La natura femminile di Costance si mostra più avanti nel libro, quando la guerra e i combattimenti e le brutture che ha visto la logorano e la spingono a cercare la pace della sua fattoria con suo marito, in un finale inaspettato e mozza fiato.
I colpi di scena non mancano e nemmeno le emozioni forti, un libro adatto a lettori che amano storie nuove e originali, piene di sentimento e valori. Un libro che posso già annoverare tra i migliori del 2017, se non di sempre.



COPERTINA 7,5 | STILE 8,5 | STORIA 9 | SVILUPPO 9



Titolo: Neverhome
Autore: Laird Hunt, traduzione di Milena Zimira Ciccimarra
Editore: La nave di Teseo
Numero di pagine: 262
Prezzo: 18,00 euro



Trama:

Si fa chiamare Ash, ma questo non è il suo vero nome. In realtà è una moglie fedele, che ha lasciato suo marito a casa. A lui, soldato destinato alla Guerra civile americana, ha sottratto l'uniforme dell'Unione per la battaglia decisiva alla conquista del Sud. "Neverhome" racconta l'appassionante storia di questa eroina travestita che affronta la battaglia con determinazione assoluta, con ferocia persino, con un unico obiettivo: tornare viva a casa. Così Ash si immerge nelle situazioni più atroci, ai limiti dell'umanità, rimanendo fedele al suo mandato di soldato. Ma Neverhome nasconde anche un mistero: perché una giovane donna abbandona suo marito e va in guerra? Laird Hunt ci consegna un romanzo in cui si intrecciano avventura, amore, odio, compassione.



L'AUTORE

Hunt è cresciuto a Singapore, San Francisco, L'Aia e Londra prima di trasferirsi alla fattoria di sua nonna in Indiana rurale, dove ha frequentato Clinton Central High School. Ha conseguito un BA presso l'Indiana University e un Master of Fine Arts di scrittura creativa dal Jack Kerouac School of Disembodied Poetics presso Naropa University . Ha inoltre studiato letteratura francese alla Sorbona . Hunt ha lavorato nell'ufficio stampa alle Nazioni Unite durante la scrittura il suo primo romanzo.Attualmente è professore nel programma di scrittura creativa presso l'Università di Denver . Hunt vive con la moglie, il poeta Eleni Sikelianos , a Boulder, Colorado. 



mercoledì 28 dicembre 2016

Le più belle letture del 2016 dell'Officina del Libro



Sta finendo l'anno e tiriamo un po' le somme di quello che è stato, delle cose fatte e delle letture che ci sono piaciute di più. Un anno è lungo e in particolare questo ha visto passare davvero tante letture, alcune mi hanno fatta addirittura crescere. Scrivere una lista che vi elenchi solo quelle indimenticabili mi sembra riduttivo (giusto qualche titolo) per cui ho deciso di parlarvi dei romanzi che, in generale, mi sono piaciuti davvero tanto.




Iniziamo da uno dei libri che  più mi ha divertita e incuriosita "Assassinio di Lunedì" di Dan Turèll (cliccando sul link arriverete alla recensione completa) Iperborea. Un autore nordico che non conoscevo e di cui in Italia sono stati pubblicati e tradotti solo due titoli.


Con una grande ironia l'autore ci porta a Copenaghen insieme a un protagonista senza nome, di mestiere giornalista. Scapestrato e senza orari si ritrova in mezzo a un delitto di cui troverà la soluzione.








La trilogia della pianura di Kent Haruf, NN Editore (che devo ancora completare con "Benedizione" per mancanza
di tempo, rimedierò nel 2017) è un'altra serie che vi consiglio caldamente. Questi sono quei libri indimenticabili che entrano nel cuore. Il mio amore per il fratelli McPherson non è ancora scemato. Tra "Canto della pianura" e "Crepuscolo", posso dire con sicurezza che mi è piaciuto di più il primo. 









Quest'anno la saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard ha visto ben due volumi pubblicati da Fazi Editore. "Confusione" è il libro che più mi è piaciuto di questa autrice dal talento immenso per la costruzione a tutto tondo dei personaggi.







Super scoperta di quest'anno è Alan Bradley con la serie che vede protagonista Flavia de Luce. Sono  rimasta innamorata di questa giovane protagonista, innamorata della chimica e della campagna inglese in cui vive negli anni '50 del Novecento. Super consigliato per chi ama gli intrighi, le indagini e delitti misteriosi.  Qui la recensione del primo volume "Flavia de Luce e il delitto nel campo di cetrioli", Sellerio Editore.







Un libro che mi ha colpita tantissimo e di cui vi ho parlato è "Anatomia di un soldato" di Harry Parker, Edizioni Sur. A partire dalla struttura del libro in cui i protagonisti sono gli oggetti (un oggetto per capitolo, per un totale di quarantacinque capitoli) che i personaggi usano e di conseguenza il cui punto di vista è piuttosto oggettivo, alla storia delicata e difficile che racconta "Anatomia di un soldato" è proprio uno di quei romanzi che mi porterò dietro per molto tempo.


La storia triste e intensa di "Vi scrivo dal buio" di Jean-Luc Seigle, Edizioni E/O mi ha letteralmente rapita, ricordo la lettura irresistibile di questo breve romanzo. Molto intenso è un libro da regalare a chi ama le storie reali romanzate. La protagonista, Pauline, vi rimarrà incastrata come una scheggia nel cuore.




Passiamo a letture più recenti come l'ultimo uscito di Louise Erdrich "LaRose", La Feltrinelli romanzo davvero particolare, dal tema complesso se non impossibile da concepire per chi non fa parte del mondo dei nativi americani tradizionalisti. Consiglio questo romanzo ai lettori più accaniti, che sono stanchi delle solite storie rigirate in un senso e nell'altro, questo libro è assolutamente originale.


Piccolo, compatto, dal packaging unico "Ma la vita è una battaglia" di Charlotte Brontë, L'Orma editore.  è stato una sorpresa assai gradita. Ho già recuperato "Niente donne perfette, per favore" di Jane Austen e "Io in te cerco la vita" di Anna Kuliscioff. Non vedo l'ora di leggere questi ultimi due libri e di parlarvene.

Bellissimo e assolutamente da leggere è "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson, Iperborea è la storia di una signora ottantacinquenne che all'improvviso afferma di non chiamarsi Miriam e un segreto le sgorga dopo moltissimi anni senza che lei possa fermarlo.





Ultima lettura dell'anno "Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken, Iperborea a me è piaciuto moltissimo. Ho scoperto con questo libro lo stile già acclamato di Brokken in "Nella casa del pianista" e "Anime baltiche" che a me mancano all'appello e che spero di recuperare presto.












E adesso ditemi voi quali letture vi hanno più colpito e conquistato nel corso del 2016!