mercoledì 22 marzo 2017

RECENSIONE || "Uomini e Topi" di John Steinbeck

<<Per noi non è così, noi abbiamo un avvenire. Possiamo parlare con qualcuno al quale importa di noi. Non dobbiamo starcene seduti in un bar a buttar via i soldi solo perché non abbiamo un altro posto dove andare. Se gli altri tizi vanno in galera possono anche marcire, per quello che importa alla gente. Noi invece è diverso.>>

Come non innamorarsi dello stile fluido, semplice e intenso di John Steibenck? Per anni mi sono tirata indietro pensando che "Uomini e Topi", Bompiani fosse un libro complicato (anche pesante) sentendomi intimorita dal titolo di Premio Nobel per la letteratura vinto dall'autore nel 1962.

Mai cosa fu più sbagliata. Ultimamente mi sto avvicinando moltissimo alla letteratura americana e ho deciso di iniziare da uno degli scrittori più importanti del XX secolo. 
"Uomini e Topi" è un romanzo che racconta una storia semplice: inizia con una bellissima descrizione di un bosco, incantato, le foglie si muovono, l'acqua di un lago è placida. Arrivano boccheggiando due uomini, uno piccolo e uno grande e grosso. Sono i nostri protagonisti George e Lennie, sono scappati da una fattoria e stanno cercando il prossimo ranch che li accoglierà per lavorare. I due sono fuggiti per via di un malinteso: Lennie non è molto sveglio -diciamolo pure è un po' tocco- si dimentica le cose e coglie solo concetti molto semplici, adora accarezzare cose morbide come la pelliccia dei topi, conigli o cani. Il problema è che lui è un uomo davvero possente appena stringe la presa su qualcosa o qualcuno quella si rompe o muore. 

<<Volevo solo toccare il vestito di quella ragazza, solo carezzarlo come fosse un topo..>>

George avverte Lennie di stare più attento questa volta, di non parlare e fare il bravo con la promessa di stare sempre insieme e un giorno avere una fattoria tutta loro. Lennie è contentissimo di stare insieme a George: sono amici e sa che non lo abbandonerebbe mai anche se combina dei guai. Il loro è un rapporto quasi paterno, George è un uomo duro che pensa ogni tanto di lasciare indietro Lennie perché la vita sarebbe più semplice, più leggera ma la realtà è che Lennie è buono come il pane non si rende conto di quello che fa e della forza di cui è dotato.

<<"L'ho scordato", disse piano Lennie. "Ho cercato di non scordarlo, giuraddio che ho cercato, George".>>

Arrivati al ranch i due fanno facilmente amicizia con tutti: il vecchio scopino, Candy, a cui manca una mano e che si trascina dietro un vecchio cane puzzolente a cui è profondamente affezionato; Slim il capo mulattiere, uno dei personaggi più intelligenti e comprensivi del romanzo; il negro Crooks con la schiena spezzata. Il figlio del proprietario del ranch Curley è un attaccabrighe e prende subito di mira Lennie che indifeso non sa come reagire. Tra loro gironzola anche la moglie di Curley sempre in cerca di qualcuno con cui parlare ma dall'atteggiamento arrogante e superbo, la sua solitudine si trasforma in aggressività dal momento che viene rifiutata da tutti i lavoratori non solo perché è donna ma soprattutto perché è la moglie di un uomo manesco che può mandare in rovina ognuno di loro. I due lavorano poco lì perché Lennie non riesce a trattenersi e senza farlo apposta combinerà il guaio più grosso che abbia mai commesso e George dovrà trovare una soluzione definitiva.

<<"No", disse George. "No Lennie. Non sono arrabbiato. Non sono mai stato arrabbiato, e non lo sono nemmeno ora. Voglio che tu lo sappia.">>

Il romanzo era rivolto a persone che rispecchiavano la semplicità dei personaggi rappresentati: raccoglitori di orzo che saltano da un ranch all'altro senza nessun legame, abituati a spendere la loro paga mensile in un bordello al bar. Per George e Lennie è differente loro sono amici e hanno un progetto ampio: cercano di risparmiare per non dover essere costretti a una continua instabilità, per avere un po' di pace. Ognuno di loro si sente solo, cerca un amico, una compagnia e quasi invidiano il rapporto che hanno George e Lennie, tanto che spesso George parla con gli altri braccianti di Lennie e della loro relazione.

La semplicità del racconto cela temi importanti e profondi, pensieri che vengono esposti dai personaggi di Steinbeck che dona loro una qualità preziosa: la pietà. Quello che ho apprezzato di più è la pietà di George nei confronti di Lennie, la pietà di Candy nei confronti del suo cane, la pietà di Slim nei confronti di Lennie al termine della storia. Non tutti però sono dotati di questa enorme fortuna come ad esempio Curley e sua moglie o Carlsson, un personaggio secondario. 
Questi ultimi fanno da contrappeso e sottolineano il tema sociale della diversità, della solitudine che porta il lavoro di operaio: il colore diverso della pelle di Crooks costretto a non avere nessuno intorno a dormire in una stanza separata, a non poter parlare con nessuno uguale a lui perché i neri non sono tollerati nei dintorni; oppure nel caso di Lennie più lento degli altri e per questo definito, più volte, "matto"; anche Candy, lo scopino, vecchio e mutilato cerca di aggregarsi a George e Lennie: capisce che una volta che sarà inutile cercheranno di licenziarlo proprio come vogliono sbarazzarsi del suo vecchio ma fedele cane.
Nella loro semplicità i personaggi hanno la scintilla luminosa della vita in loro.

<<Avremo un grande orto, e un capanno per i conigli e i polli. E quando d'inverno piove manderemo al diavolo il lavoro e accenderemo un bel fuoco nella stufa e staremo seduti lì ad ascoltare la pioggia che cade sul tetto..>>

Si nota l'amore per l'ambientazione in cui George e Lennie approdano all'inizio e dove la loro breve avventura ha fine in modo drammatico. Salinas è la città vicino al ranch dove attualmente lavorano e l'autore ne è evidentemente innamorato essendo la sua città natale. La scrittura di Steinbeck fa di sicuro base ad altri autori come ad esempio Kent Haruf, si ritrovano le stesse minuzie e la stessa leggerezza nella storia senza togliere nulla  alla meraviglia dello stile e alla profondità dei temi affrontati. Spesso sono le storie più leggere, meno arzigogolate, ad essere quelle che rimangono in noi e che riescono a far riflettere il lettore.


COPERTINA 7 |STILE 10 | STORIA 10 | SVILUPPO 10


Titolo: Uomini e Topi
Autore: John Steinbeck, traduzione di Michele Mari a cura di Luigi Sampietro
Editore: 
Numero di pagine: 139
Prezzo: 12,00 euro

Trama

La storia di un'amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come "i migliori progetti predisposti da uomini e topi" (è un verso di Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un'America soffocata dalla crisi e di un'umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, "Uomini e topi" è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma "Uomini e topi" resta prima di tutto un romanzo indimenticabile. Questa edizione propone nella nuova traduzione di Michele Mari un racconto di impegno, solitudine, speranza e perdita che resta uno dei libri più letti e più amati della letteratura mondiale. Introduzione di Luigi Sampietro.

L'AUTORE


John Steinbeck è stato uno scrittore statunitense tra i più noti del XX secoloautore di numerosi romanziracconti brevi e novelle. Fu per un breve periodo giornalista e cronista di guerra nella seconda guerra mondiale. Nel 1962 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: "Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta".

lunedì 20 marzo 2017

RECENSIONE || "Il salto" di Sarah Manguso

<<Cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita. Mi consola pensare che l'energia apparentemente perduta si è solo spostata altrove, è stata restituita al sistema del mondo.>>

Inizialmente ero restia a leggere "Il salto" di Sarah Manguso, NN Editore, mi nascondevo dietro un pregiudizio negativo basato sulla trama, quando in realtà avevo paura che toccasse punti ancora scoperti dopo tanti anni a causa di un lutto che non si decide a guarire del tutto. In realtà ho trovato nell'autrice una delle più grandi amiche per condividere il dolore della mia perdita, la mia rabbia, la mia fievole ma costante incredulità. "Il salto" è stato terapeutico per lei tanto quanto per me.

Mi sono decisa ad affrontare Sarah Manguso di Domenica, bloccata a letto da una brutta sciatalgia e costretta a lasciare Gabriele ai miei genitori e al suo papà, pronta per concentrarmi sulla storia che vede come protagonista postumo Harris. No, mi correggo, in realtà il proposito dell'autrice era scoprire cosa fosse successo le ore precedenti al suicidio del suo amico Harris che ha deciso di togliersi la vita in modo cruento, aspettando sui binari che un treno lo falciasse. La storia però viene abortita sul nascere, non è così che l'autrice vuole procedere. Ne risulta un racconto che si sviluppa in una danza macabra, morbosa, liberatoria, infetta, triste, speranzosa, definitiva intorno al fuoco della morte.


<<Sto lavorando a un libro su un uomo che si butta sotto un treno. Non ho nessun interesse a scrivere una storia vera sull'impalcatura artificiale di una trama, ma qual è la storia vera? Il mio amico è morto. Questa non è una storia.>>

Sarah Manguso aveva un amico fraterno Harris che soffriva di crisi psicotiche. Non soffriva spesso di questi piccoli scivoloni e al terzo episodio ha capito cosa stava succedendo e si è fatto portare in ospedale. A causa di una medicina che ha effetti collaterali pesanti, tra cui non riuscire a stare fermo, Harris chiede di uscire: non riesce a stare in reparto. Dopo dieci ore si mette su un binario aspettando l'impatto. Questa elegia per Harris ci viene mostrata senza una cronologia precisa, non c'è un'impalcatura che cattura mattone dopo mattone la relazione tra i due ma ci viene mostrata così, come se l'autrice buttasse giù ciò che le viene in mente a proposito di Harris, della loro relazione, di come ha reagito al lutto in modo molto lucido e meditato a lungo.


<<Com'è possibile minacciare l'intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l'oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, e me la sono persa per tutto l'anno scorso, e ora non ce n'è più.>>

La Manguso stessa ha sofferto di problemi psicotici e conosceva bene il farmaco preso da Harris. Il problema è che non riesce a darsi pace per questa morte, per questa assenza o al contrario per la presenza costante di un fantasma sempre accanto a lei. Il pensiero è fisso: parla con lui mentre è in bagno da sola e non riesce a superare il lutto, cadendo in un vortice che la costringe a mettere i discussione tutto ciò che sa sulla vita, sulla morte e sulla sopravvivenza di chi rimane. I suoi pensieri sono netti, chiari e limpidi: non poter più parlare con lui, non capacitarsi di come sia potuto accadere proprio a quella persona una cosa così tragica, non poter incolpare nessuno, pensare a cosa c'è dopo la morte, se ha provato dolore nel distacco dalla vita, che cosa ha fatto prima di arrivare alla stazione. 

In meno di cento pagine l'autrice delinea tutti gli stati e tutto ciò che passa per la testa a chi ha perso qualcuno di caro all'improvviso e in modo violento. Nel frattempo ci racconta come ha conosciuto Harris come è cresciuta la loro amicizia che assomiglia molto di più a un amore platonico o ancora sul nascere anche dopo dieci anni di conoscenza. Si trova a fare paragoni, a creare realtà in cui lei è sposata con Harris, in un presente dove lui è ancora qui, ancora vivo. Prova ad affidarsi alla religione che le reca conforto fino a un certo punto annaspando in uno stato che piano piano diventa catatonico.

Ho provato un grande feeling (ma anche antagonismo) con l'autrice alcuni pensieri sono passati più di una volta anche nella mia di testa (perché non si possono sostituire i morti? Perché proprio lui e non un altro?), pensieri tanto terribili quanto umani. L'autrice arriva addirittura a figurarsi la morte di tutte le sue persone care per prepararsi a un futuro lutto e reagire meglio rispetto a quello di Harris. 
Un libro che rimbalza dal compassionevole al cinico, quasi bipolare, dallo stile davvero pulito e smaliziato di chi non ha più nulla su cui riflettere, di chi è svuotato, stanco, una riflessione personale che ho trovato tanto illuminante quanto, a tratti, estremamente egoista, superba al limite del patologico.
Può succedere di provare così tanta empatia per una persona da giudicarla in maniera negativa perché ci ricorda i nostri di difetti? 

Ecco a me il libro è piaciuto perché mi ci sono ritrovata e al contempo il tema e i pensieri dell'autrice mi inquietano. Ogni breve riflessione o racconto è un pezzo del puzzle per capire meglio il rapporto tra di loro, mentre Harris rimane una figura fumosa: di lui sappiamo tante cose ma che in realtà non ci aiutano a immaginarlo come persona reale, rimane una sorta di impronta. 


Particolare, intenso, profondamente lucido e folle "Il salto" di Sarah Manguso non è un libro per tutti, di risposte non ce ne sono, solo empatia e conforto per chi è stato vittima dello stesso destino.



COPERTINA 6 | STILE 8 

Titolo: Il salto
Autore: Sarah Manguso, traduzione di Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 93
Prezzo: 16,00 euro

Trama:



Il 23 luglio 2008, a New York, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della metro. Harris amava la musica e le don­ne, aveva un lavoro, un amore e una vita piena, a tratti felice. Soffriva, però, di episodi psicotici, ed è dopo uno di questi che fugge dall’ospedale dove è ricoverato e si lancia nel bagliore di un treno in arrivo alla stazione. Per Sarah Manguso la scomparsa di Harris è la perdita di un amico, il più caro, il più intimo. Ma l’autrice non vuole ricostrui­ re le circostanze del suicidio e neppure scrivere la sua biografia.
Il salto è un memoir, una meditazione e un libro sulle parole: amicizia, memoria, dolore, morte. Parole sincere, perché precise e delicate. E immortali, perché materia della vita e di tutte le storie. Ma soprattutto parole coraggiose e neces­sarie, perché maneggiare il dolore è dif­ficile e faticoso, a volte quanto provarlo, ma aiuta ad accettare il distacco, anche quello de nitivo, e a fare il salto verso l’amore e l’infinito.


Questo libro è per chi si abbraccia, conta no a cinque, e poi sceglie di andare a dormire sul divano, per chi piange cantando a squarcia­gola Forever young di Bob Dylan, per chi saltella di gioia a pugni stretti e per chi crede che la misura del passato sia la larghezza, che come un’ala porta con sé anche gli amici perduti.



L'AUTRICE





Sarah Manguso vive a Los Angeles ed è autrice di short stories, poesie, memoir, tradotti in cinese, tedesco, portoghese e spagnolo. Ha ottenuto il supporto della Guggenheim Fellowship e della Hodder Fellowship e le sue raccolte di poe­sia Siste Viator e The Captain Lands in Paradise hanno vinto il Pushcart Prize. I suoi saggi sono apparsi su Harper’s, McSweeney’s, The Paris Review, The New York Review of Books e sul New YorkTimes Magazine.

Ongoingness (di prossima pubblicazio­ ne per NNE) è stato nominato “Editors’ Choice” del NewYorkTimes.




RECENSIONE || "Shaft, un detective nero sulle strade di New York" di Ernest Tidyman

<<"Non fare stronzate", disse. " Stai benone la festa è finita. Ce ne dobbiamo andare.>>


John Shaft è un duro. Il più duro di tutti, ed è un nero. Come potrei presentare diversamente un personaggio descritto e creato dalla penna del sapiente Ernest Tidyman? Sceneggiatore e autore statunitense ha scritto sette volumi della serie in cui Shaft è protagonista tra gli anni settanta e ottanta del Novecento, tradotti in Italia da Edizioni Sur, primo fra questi "Shaft, un detective nero per le strade di New York".


Johnny Shaft  è il tipico protagonista di un film noir, completo di (più di una) femme fatale, invicibile, imprendibile e inimitabile. Shaft è al limite tra il bianco e nero (letteralmente!) in una New York coprotagonista descritta nei minima dettagli, soprattutto nelle sue parti più oscure, dove la giustizia se la dividono la mafia italiana e i grandi ricchi, con le mani sporche di sangue, americani neri. Il nostro detective privato è aitante ha una marea di cicatrici -regalo della guerra in Vietnam- e solo ventotto anni, passati tra una famiglia adottiva all'altra e poi tra il letto di una bella donna e un altro. Però non bisogna sottovalutare Shaft: oltre che bello, non manca di essere intelligente e di buon cuore, perspicace dall'istinto impeccabile.


<<Un nero alto, in un completo leggero di lana grigia, che camminava svelto.>>



La questione razziale è il pretesto per il conflitto che vede Shaft protagonista: questo tema è insito e fondamentale nel romanzo, la divisione della società in classi vede i neri ghettizzati e i neri che lavorano per i bianchi (tipo Shaft) come qualcuno da snobbare e allontanare dalla comunità oppure da sfruttare per la sua ambivalenza in entrambi gli ambienti. 
John Shaft viene cercato dai pezzi grossi che hanno in mano tutto lo spaccio di New York, in particolare il più grosso di tutti Knocks Persons. Shaft non capisce il motivo di questa ricerca spasmodica ma decide di affrontare di petto la situazione come al solito: andare da Persons e farsi di dire che cosa vuole da lui. Shaft deve cercare una ragazza di nome Beatrice, la figlia di Persons. Un lavoro che scotta ma che viene ben pagato e che soprattutto ha anche l'appoggio della polizia: sotto c'è in ballo il possesso dei traffici di droga di Harlem che rischia di finire in un bagno di sangue se Shaft non gioca d'anticipo e sporco.


<<Knocks Persons avrebbe ricevuto il messaggio dal suo piccione caduto che qualcuno, giù in strada,  stava raschiando via dal selciato.>>



La trama di questo noir è davvero semplice: da lineare si divide in non più di quattro diramazioni e poi ritorna alla sua strada principale. Come lettrice apprezzo questa carratteristica perché spesso gli autori che ambiscono a scrivere un poliziesco avvincente tendono a perdersi in circonvoluzioni difficili da seguire, che porta più che altro a trascinarsi per i meandri di una storia che alla fine non ha né capo né coda. Tidyman in questo modo accontenta i lettori più avventurosi ma non trascura lo stile che appare ricercato e che delinea bene i personaggi, le ambientazioni e le situazioni con descrizioni mai prolisse ma del tutto esaurienti e davvero particolareggiate per questo genere: Tidyman non manca di comunicare ai lettori gli odori, i sapori, le sensazioni di Shaft e degli altri personaggi dimostrando una sensibilità acuta. 
La narrazione passa dal punto di vista di Shaft a quello della polizia fino a una narrazione addirittura in terza persona quando Shaft è impossibilitato a raccontare. La storia è segnata da atti di violenza e personaggi che si celano nell'ombra e in quel limbo tra la legalità e l'illegalità: il romanzo è pieno di sfumature, non c'è nulla di netto in Shaft, nemmeno il colore della pelle. Un eroe di altri tempi di cui innamorarsi, uno della vecchia guardia, realista ma pronto al sacrificio, con degli ideali e consapevole di non essere il tipo per una vita tranquilla che preferisce accarezzare e guardare da lontano, appoggiandocisi di tanto in tanto senza mai cedere. Il "bello e maledetto" ha sempre il suo fascino e ammetto che John Shaft mi ha conquistata!

Dal ritmo galoppante e dai risvolti più complicati di quel che Tidyman lascia intendere in superficie, "Shaft, un detective nero per le strade di New York" si conferma un libro immancabile nella libreria degli amanti dei polizieschi e dei noir.




COPERTINA 8,5 | STILE 8 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 7




Titolo: Shaft, un detective nero per le strade di New York
Autore: Ernest Tidyman, traduzione di Ettore Capriolo
Editore: Edizioni Sur
Numero di pagine: 229 
Prezzo: 15,00 euro, in offerta a 11,20 euro fino al 31/3/2017

Trama:

John Shaft ha ventotto anni, la pelle nera e una licenza di detective privato. Schivando i mille pericoli di una New York ribollente e ringhiosa, si muove sicuro tra la sua abitazione nel Village, il suo quartier generale in Times Square e il letto di una delle tante ragazze che sembrano immancabilmente cadergli ai piedi. Ma quando viene rapita la figlia del boss malavitoso Knocks Persons, Shaft si trova suo malgrado risucchiato in un intrigo colossale di cui perfino la polizia ignora i contorni e che coinvolge la mafia italiana, i militanti nazionalisti neri e la criminalità di Harlem. Con l’aiuto del tenente Vic Anderozzi e di Ben Buford, amico di gioventù e ora a capo di una potente organizzazione armata, Shaft dovrà tentare di disinnescare la più grossa guerra criminale e razziale che New York abbia mai conosciuto. Con molta azione, tanto sangue freddo, e più di un colpo di scena. In questo primo capitolo della saga di Shaft, l’autore Ernest Tidyman si diverte a giocare con gli stereotipi del genere hard boiled (e con quelli razziali), dando vita a un racconto avventuroso e politicamente scorretto, intricato come un film del primo Tarantino e crudo come un romanzo di Ellroy.


L'AUTORE

Ernest Tidyman (1928-1984) è stato un romanziere e sceneggiatore statunitense. Oltre ai sette volumi del ciclo di Shaft, pubblicati tra il 1970 e il 1975, è autore di Flower Power (1968), Line of Duty (1974), Dummy (1974), Big Bucks (1982). La sua sceneggiatura per Il braccio violento della legge è stata premiata con un Oscar nel 1972.


domenica 19 marzo 2017

Festa del papà, leggere insieme!

Una festa importante per la nostra famiglia è quella del papà!


Il papà di Gabriele è spesso via per lavoro, quando torna i giochi all'aperto non mancano mai ma condividono sempre più spesso il momento speciale della lettura. Ho allestito un angolo di lettura per Gabriele in collaborazione con Collègien e Baby Bottega. Creare un ambiente confortevole, con cuscini morbidi, dei materassini e tanti libri per Gabriele era uno dei miei obiettivi per avvicinarlo alla lettura e passare del tempo insieme attraverso tante storie e personaggi. 







Vestiti comodi e il cotone biologico di Nobodinoz (sul sito troverete tantissimi prodotti dallo stile nordico e disegni geometrici) hanno subito conquistato la sua attenzione.

Come l'anno scorso, cercherò di darvi qualche consiglio per leggere insieme a vostri bambini libri a tema.

Quest'anno torno a un classico di un autore a me davvero caro: Eric Carle. "L'ippocampo, un papà speciale", Mondadori, è un libro nel solito stile super colorato ma mai troppo netto dei libri di Carle. La storia parla di papà ippocampo che incontra tanti altri papà che si occupano della propria prole al posto delle mamme. Mano a mano che il cavalluccio marino solca i mari diventa sempre più grande... eh già nella sua sacca le uova aspettano di schiudersi! Una parte divertente del libro è che tra le pagine con il testo sono inserite delle parti plastificate decorate con alghe o massi che nascondono altri pesci marini, un piccolo intercalare per coinvolgere i bambini, anche i più piccoli, nella storia.  Il racconto termina con papà ippocampo che dà alla luce i suoi piccoli ormai pronti per affrontare da soli il mondo. 

Un altro libro che vi consiglio, soprattutto per i bambini dai 3 anni in poi è "Qualcosa da
fare" di David Lucas, Valentina Edizioni. Il libro fa da base per una storia frutto dell'immaginazione: il piccolo orsetto non ha nulla da fare, il papà lo porta a fare una passeggiata che diventa interessante con il ritrovamento di un rametto che a sua volta è il trampolino per arrivare fin nello spazio, tra le stelle. Le pagine bianche con al centro la figura piccola e quella grande degli orsi crea un effetto sorprendente: automaticamente gli spazi vuoti si riempiono con immagini della nostra fantasia.



Qui vi ripropongo "Ti voglio bene anche se..." di Debi Gliori, Mondadori, libro che Gabri mi continua ancora a chiedere nonostante le tante letture: le due volpi lo hanno conquistato. 







Piccoli consigli assicurano momenti piacevoli, un modo per stimolare la loro fantasia e per creare un rapporto armonioso e complice con i personaggi preferiti dei nostri bambini.


lunedì 13 marzo 2017

RECENSIONE || "Inseparabile" di Lalla Romano

<<Quello che avvertì fu la potenza affermativa che consiste nel negare la negazione. Inseparabile significa "legame nonostante tutto". Inseparabile è lo specchio della sua tenue, intensa vita.>>

Ritroviamo in "Inseparabile" lo stile brillante, preciso, emotivo di Lalla Romano, Edizioni Lindau.

La storia riprende quella de "L'ospite" in cui l'autrice si ritrae nei panni della nonna di Emiliano, suo nipotino. Adesso Emiliano è più grandi frequenta le scuole elementari e sta attraversando, insieme ai suoi genitori, un periodo di separazione.

Il titolo "Inseparabile" riprende diversi e progressivi distacchi che colpiscono principalmente Emiliano ma che in pratica cambiano la vita un po' di tutti i personaggi. La separazione dei genitori di Emiliano e quindi anche dai nonni paterni, sempre presenti ma non costantemente parte della vita del nipote; la morte vista la prima volta con gli occhi di Emiliano del nonno Paolo, del bruco in strada, dei pesci al negozio, l'allontanamento sempre più profondo tra Piero e i suoi genitori. Insieme al tema della separazione periodica o definitiva che sia, Emiliano impara anche il concetto complementare ed opposto, l' "aggiustare": nel romanzo possiamo ritrovare più volte questo tema riferito ad oggetti come il motore regalato da Dionigi, il nuovo compagno della mamma, o a persone "L'avevano portato sall'ospedale, ma il dottore non aveva cerotti.." o ancora a relazioni. 

<<Lui si fermò a fissare una lepre. Domandò:"Era viva?"
"Era": aveva capito, e lo diceva così, con la sua precisione ma alludendo, come per pudore. Disse ancora:"Correva?" col suo tono gentile, ma definitivo. Era detto tutto. Misurava da solo - la sua mano nella mia, ma solo - quello strappo, quello stacco incolmabile.>>

<<Vorrei che ci separassimo per un poco, ma lui è assoluto: o tutto o niente.>>

Lalla Romano supera con "Inseparabile" il romanzo precedente "L'ospite" per trasporto e puntualità, raccontando una storia avvincente (nel senso di interessante, che fa presa sul lettore) con uno stile mai approssimativo, con una scelta del lessico curata nel minimo dettaglio dal punto di vista semantico: per l'autrice ogni cosa ha un suo nome, un suo significato e il suo posto nella storia. Il lettore, grazie a questa incredibile qualità, è collegato alla Romano da un cordone ombelicale fatto di parole che comunicano esattamente ciò che c'è da dire, nulla di più e nulla di meno. 

<<I nomi l'hanno sempre intrigato, ha incominciato presto a giocare con essi: come chi è padrone delle parole e di conseguenza anche delle cose, delle persone.>>

Anche in questo caso l'autrice predilige il racconto di eventi significativi della storia piuttosto che uno storytelling continuo, evitando ripetizioni e parti noiose. La sua attenzione è concentrata nell'interpretare i comportamenti di Emiliano - fulcro della storia  è anche l'unico collante tra i personaggi - che sembrano trasparenti ai suoi occhi, come quelli delle persone che la circondano dimostrando un'empatia e una sensibilità fuori dal normale. Queste analisi discorsive in cui l'autrice ci mette al corrente dei suoi pensieri che riguardano le emozioni e azioni altrui sono sempre personali  e mai definitive, per questo degni di attendibilità.

Il ruolo di nonna e narratrice vanno di pari passo, attribuendo caratteristiche ai personaggi non solo dal suo punto di vista (quello reale, di nonna, moglie, madre e suocera) ma anche dal punto di vista di "creatrice di universi", descrivendoci i personaggi e disegnandoli con piccoli tocchi, frasi dette, gesti fatti, magari uno sguardo. Con la sua eleganza, Lalla Romano, non cerca di incatenarli, ma piuttosto di dargli contorni fluidi con la possibilità di cambiare nel tempo e nello spazio, reali e sempre con un qualcosa di misterioso e indecifrabile che solo la natura umana è capace di creare.

Un libro esempio di stile ma anche di acuta sensibilità e dolcezza, un libro che consiglio ai lettori a cui piacciono storie di vita reali e che non vogliono rinunciare a una scrittura qualitativamente alta.


COPERTINA 7,5 | STILE 9 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Inseparabile
Autore: Lalla Romano
Editore: Edizioni Lindau
Numero di pagine: 216
Prezzo: 18,00 euro

Trama

Inseparabile è il libro che fa dittico con L’ospite, pubblicato otto anni prima, ma qui Emiliano – l’«ospite» che cresce – più che un protagonista è il filo conduttore di una trama complessa, che coinvolge più persone. Non è più «un piccolo dio», ma è attore involontario e vittima innocente intorno a cui continua a ruotare il mondo non sempre provvido degli adulti, ognuno con diverse gradazioni di ruolo e di coinvolgimento.
Il tutto visto sempre dagli occhi di quella nonna, Lalla Romano, che dice io: un io che scrive assai prossimo all’io che vive. Il rapporto fondamentale nel libro (già presente ne L’ospite) continua a riguardare in primis il nipote e la nonna, pur essendoci più campo per gli altri comprimari: Marlène, la mamma di Emiliano; Piero («Papeo»), il suo papà (nonché figlio della scrittrice, con cui i rapporti sono complicati da sempre); il solidale nonno Innocenzo; il diffidente Dionigi, nuovo compagno della madre, e altre figure minori. 
Sono le emozioni e i sentimenti i veri protagonisti del romanzo, ed è nel loro intreccio tutto umano, seguito dall’autrice con acuta e lucida sensibilità, che si formano la trama narrativa e le vivissime fisionomie dei personaggi. 


L'AUTRICE

Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 
Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.

Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.



giovedì 9 marzo 2017

RECENSIONE || "Spesso felice" di Jens Christian Grøndahl



<<Non c'è cosa che poi non passi. [...]Ti spingono e stringono, a volte ti schiacciano, e non puoi finire fuori rotta, ma dentro resti la stessa.>>


Jen Christian Grondhal concentra tutta una vita in modo sincero, forte e duro in "Spesso sono felice" Feltrinelli Editore. Ellinor è la nostra narratrice, ci parla da Copenaghen nel presente ma in realtà rivive con il lettore il suo passato.

Il libro si apre senza preamboli, senza tentennamenti, direttamente nel vivo di una lettera che Ellinor scrive alla sua amica che ormai non c'è più da tempo, Anna. Si capisce immediatamente che qualcosa di poco convenzionale è successo tra Ellinor, Anna e i loro consorti: una sorta di scambio a quanto pare. Anna ed Henning, il marito di Ellinor, avevano una relazione.





<<La vita, qualunque vita, si riduce a una manciata di fatti, quando finisce. Fu. [...]Andavi a letto con il marito della tua migliore amica e gli permetteste di trascinarti con te nella morte.>>

<<Del resto l'amore non sa, giusto? Ha solo il suo presente, finché dura.>>

Ellinor non porta rancore ad Anna, la scoperta dell'adulterio è avvenuta dopo che i due erano già morti. Ora Ellinor le scrive per comunicarle che anche Georg è morto, l'ex marito di Anna. Dopo la morte di Henning e Anna, Ellinor si prende cura dei figli di Georg, due gemelli di sette anni, cercando di non prendere il posto della loro mamma. In punta di piedi Georg e Ellinor scoprono un amore tardivo, un amore che a posteriori sembrava quasi naturale. Le due coppie si erano conosciute in gioventù e subito erano diventati inseparabili: Ellinor e Henning meno abbienti di Georg e Anna che sembravamo la coppia perfetta. 

<<Quando lo conobbi era tuo, e non avrei mai pensato che le cose sarebbero cambiate.>>

Nel presente Ellinor torna alle sue radici, lontano dai quartieri residenziali, più vicino a ciò che era prima di conoscere Anna, la sua migliore amica, l'unica che le riusciva a <<sciogliere la lingua>>. Pur avendo cresciuto i suoi figli e abitato nella sua bella villa, Ellinor non si è mai sentita a suo agio in quell'ambiente lussuoso, silenzioso e borghese. Senza Georg decide di spostarsi nel suo quartiere natale, cosa che i figli di Anna non capiscono.
Arrivata a settant'anni Ellinor non si preoccupa più di cosa pensano i suoi parenti o la gente, vive bene con se stessa e rimette in ordine ciò che c'è stato, un grande capitolo della sua vita si è chiuso con la morte di Georg, è ora di fare pulizie.
Le scrive tutto ciò che non ha mai trovato il coraggio di dire a qualcun altro: le racconta di come è stata concepita, della sua infanzia difficile, di come ha conosciuto Henning, di come non siano riusciti ad avere bambini, di come non si era accorta della loro relazione e ancora di come lei e Georg hanno vissuto dopo il loro trapasso.

<<Gli innamorati si arrogano il diritto con la forza o con qualcosa che la ricorda e non si sognano di dovere delle spiegazioni.>>

Il romanzo è, come ho detto prima, letteralmente concentrato ma non denso, lo stile rimane sempre fluido e scorrevole: in un centinaio di pagine l'autore riesce a comunicare al lettore le sensazioni e le emozioni di  una vita intera, una vita che ne incrocia tante altre. Ciò che trapela è inizialmente la tristezza e il senso di sollievo provati da Ellinor al funerale di Georg, la sorpresa di scoprire che Anna e Henning avevano una relazione, il senso di libertà e indipendenza che caratterizza la nostra protagonista: una donna che non ha avuto paura di sentirsi sola, sentirsi tradita e poi di nuovo amata, una donna forte senza fronzoli, diretta, che anche nel raccontare la sua storia non usa perifrasi e non si perde in sentimentalismi sembrando a tratti anche troppo dura.
La caratteristica migliore del libro è il crescente livello di curiosità che l'autore riesce a suscitare nel lettore attraverso la costruzione di uno sviluppo per nulla scontato: pur aprendo il romanzo con il "succo del racconto", non ci è dato di sapere il come e il perché o il quando fino a romanzo ben inoltrato. 
In questo modo chi legge è preso dalla storia e dalla voglia di sapere che cosa è successo dalla sapiente voce di Ellinor che, senza malizia o qualsivoglia aspirazione artistica, racconta i fatti così come sono avvenuti o come le sono stati raccontati.
Ne risulta una storia così profondamente genuina da non poter più lasciarla.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Spesso sono felice
Autore: Jen Christian Grondhal 
Numero di pagine: 105
Prezzo: 12,00 euro

Trama:

Può una donna decidere di cambiare vita a settant'anni? Secondo Ellinor, sì. Anche se ha sempre lasciato che fossero le circostanze a scegliere per lei, appena rimasta vedova abbandona gli agi dei sobborghi di lusso per tornare nel quartiere operaio del centro di Copenaghen dove ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Il quartiere è cambiato: adesso ci sono le prostitute, i pusher e gli hipster, ma a lei non importa, le importa solo che dalle finestre della sua nuova casa si veda il portone di quella in cui ha vissuto da bambina. In una lunga lettera alla sua migliore amica, morta tanti anni prima, fa il bilancio della propria vita, segnata da inganni e tradimenti, da dolori e lutti, e da un grande, terribile segreto.





L'AUTORE

Jens Christian Grøndhal, nato in Danimarca nel 1959, è uno degli autori di punta in Europa. Scrive romanzi, saggi, per il teatro e per la radio.
Si è aggiudicato il premio dei librai danesi con Lucca nel 1996 e il premio Jean Monnet per la letteratura europea con Piazza Bucarest nel 2007. Inoltre è stata finalista all'International IMPAC Dublin Literary Award nel 2006 con Et andet lys. Vive a Copenaghen.

lunedì 6 marzo 2017

RECENSIONE || "Le cose che restano" di Jenny Offill

<<"La parola giusta per questo tipo di cose è: misterioso" mi aveva spiegato, per dire che era familiare e strano insieme, come la luna.>>

Ci sono libri giusti che capitano nel momento giusto e danno una chiave di lettura a tutto ciò che ci circonda. È questo il caso di "Le cose che restano" di Jenny Offill, NN Editore, per me. 
<<Non esiste sulla terra un solo uomo che sorrida quando sbaglia>>

La storia di questo libro si srotola dagli occhi della piccola Grace, una bambina delle elementari con una mamma inizialmente poco convenzionale (e poi decisamente folle) e un padre piuttosto ordinario che scivola nel cinico.
Grace vive in una casetta, in campagna nel Vermont. Sua madre, Anna, lavora con i volatili, adora la natura e l'universo, e mostra a Grace un mondo che non si vede con gli occhi ma non sempre adatto alla fervida immaginazione e alla cieca fiducia di Grace.
Il padre di Grace, Jonathan, è un professore frustrato, invidioso del suo gemello che recita in uno show per bambini sulla scienza: per lui il fatto scientifico e ciò che si può "vedere" e "toccare" ha la precedenza; ateo e poco incline alle cose fantastiche bilancia le idee di sua moglie, puntandole una luce che priva ogni cosa di qualsivoglia tipo di magia.

<<Se un giorno equivalesse all'età dell'universo, tutta la storia documentata non ammonterebbe a più di dieci secondi.>>


Grace inizia a studiare a casa con la madre convivendo anche con le sue particolarità: nuotare nel lago di notte, studiare la nascita del mondo in base a una cronologia annuale in una stanza nera piena di stelle disegnate con il gesso, mangiare torte intere fino ad avere il mal di pancia. 
La situazione precipita quando la morte del fratello di Jonathan lascia vacante il posto di Signor Scienza nel tanto ambito show. Jonathan riesce a sostituirlo, sordo alle proteste di Anna, lasciando lei e Grace da sole nel Vermont. Le bizzarrie di Anna peggiorano e porta Grace con se a New Orleans, attraversando l'America in macchina, cambiando itinerario, passando per il deserto, dormendo in bettole, mangiando ciò che capita e centellinando i pochi soldi rimasti in casa fino a terminarli del tutto in un motel sperduto sul mare, dove Grace riesce a rintracciare il padre e a farsi riportare a casa. 

<<"Un'anima è come un verme nella mela" mi disse mia madre. "A volte passi tutta una vita senza renderti conto di averla, e poi all'improvviso spunta. In Africa, l'anima ha la stessa forma del corpo ma non puoi vederla. Di notte, mentre una persona dorme, lei viaggia per il mondo, ma ritorna nel corpo quando qualcuno lo tocca.>>


Lo stile scorrevole, semplice ma mai scontato di Jenny Offil contorna e disegna una storia particolare che sbalza la protagonista da un'immaginario fin troppo fantastico a un universo estremamente reale attraverso immagini, storie e leggende che rendono la narrazione irreale e a tratti decadente  quando si scontra con una realtà cruda e dura. 
Anna vede strane cose e interpreta il mondo in una maniera tutta sua che cerca di passare a Grace  che però riesce solo parzialmente a condividere l'entusiasmo della madre e ci racconta come gli eventi reali le riporti a situazioni per lei terrificanti: dormire nel deserto in sacchi a pelo lontani da tutto, partecipare a un evento di futuristi con una gigantesca pannocchia, inventare un nuovo alfabeto, fuggire nel mezzo della notte per chissà dove. Paradossalmente la mamma di Grace con le sue storie mostra a Grace un universo totalmente fantastico ma non meno pauroso o privo di drammaticità: le storie di Anna spesso finiscono male, qualcuno muore o non fa mai più ritorno, mostri agghiaccianti abitano il  mondo e rapiscono i bambini nel cuore della notte dalle braccia delle loro madri e solo con incantesimi pronunciati ad alta voce si possono sconfiggere. 

L'autrice prende per mano il lettore e lo trascina nella vita di una bambina attratta dall'immaginazione della madre e che  in contemporanea ne è spaventata ma che rifiuta il cinismo e la freddezza del padre.

La storia è avvincente e riesce a coinvolgere chi legge in un vortice che non lascia scampo: è necessario capire fin dove si spingerà Anna e quando riapparirà Jonathan per salvare la situazione e riportarla a un'asettica e convenzionale quotidianità. I voli pindarici della fantasia di Anna ammaliano, attraggono e inizialmente non si può che guardarla come un'adulta con uno spiccato lato infantile, divertente, smaliziato, con un amore sconfinato per la natura e i suoi abitanti, per l'universo (una sorta di Mr. Banks, in "Saving Mr. Banks"). Proprio la natura, in particolare il bosco e il lago, sono comprotagonisti del libro fornendo il giusto scenario per le storie raccontate da Anna, per le scoperte di Grace: suoni, luci, il richiamo degli animali tutto contribuisce alla suggestione del racconto.

<<Un'altra volta, mia madre mi disse che quando ero nata avevo in testa tutte le lingue del mondo, in attesa che prendessero forma. Avrei potuto parlare lo swahili o urdu o cantonese, ma adesso era troppo tardi. "Dove sono andate tutte le parole?" chiesi.>>

Un libro che racconta una scelta, un disagio di una bambina che ancora troppo piccola deve affrontare una realtà dalle frequenze sballate, con due genitori incapaci di trovare un equilibrio tra i loro caratteri e nelle loro credenze. Ma narra anche di un'incapacità ad accettare un mondo troppo convenzionale, troppo normale, troppo privo di magia per Anna, sempre alla ricerca di qualcosa che non si può spiegare. 


COPERTINA 8,5 | STILE 8,5 | STORIA 8 | SVILUPPO 8


Titolo: Le cose che restano
Autore: Jenny Offill, traduzione di Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 240 
Prezzo: 17,00 euro

Trama:

Il padre di Grace crede nella scienza e costruisce per la figlia una casa di bambole con luci che si accendono davvero. La madre di Grace le racconta leggende africane e trascrive la storia dell’universo in una stanza dalle pareti dipinte di nero. Grace ha otto anni e la sua vita è come un labirinto da cui si diramano sentieri per altri mondi, fatti di numeri e fiabe, assurdità e meraviglie: ma poco alla volta anche quei mondi sbiadiscono, e la sua famiglia si disgrega. Grace è costretta a scegliere tra i propri genitori vulnerabili, diversissimi, pieni di difetti, e per farlo deve lasciare la sua casa nel Vermont e spingersi fino alle strade allagate di New Orleans, al deserto del Nevada, in un viaggio drammatico e fiabesco.


L'AUTRICE

Jenny Offill è autrice del romanzo Last Things, scelto come “Notable Book” dell’anno dal New York Times e finalista per il Los Angeles Times First Book Award. Coeditor, con Elissa Schappell, di due antologie di saggi, ha scritto libri per bambini, insegna Scrittura alla Columbia University, alla Queens University e al Brooklyn College. Sembrava una felicità è finalista al Folio Prize.