martedì 11 luglio 2017

RECENSIONE || Pralève e altri racconti di montagna di Lalla Romano

<< E il suo sorriso sofferente che induceva, come tutte le sofferenze di cui si ignora la causa, a un vago rimorso, era nello stesso tempo rassicurante: significava che a Pralève nulla era cambiato. E si era certi -ognuno lo era- che se qualcosa avesse dovuto cambiare, non poteva non essere in modo irreparabile.>>

Leggere Lalla Romano non è sempre semplice: gli ambienti, le sensazioni che riporta non sono incredibili in sé ma lo diventano attraverso i suoi occhi e le sue parole, il suo modo di sentire intenso e riflessivo, di riuscire a parafrasare e dare un nome ad ogni emozione.
Più che in "Inseparabile" e "L'Ospite", in "Pralève, e altri racconti della montagna", Lindau Edizioni, troviamo un sentire più distaccato rispetto alle emozioni per il nipotino ma non per questo meno intenso e interessante.

Pralève è un luogo di vacanza per pochi non per il suo essere esclusivo ma per il suo essere nascosto e scomodo da raggiungere. Intanto chi è del posto usa per arrivare a Pralève una corriera <<credo significhi che chi prende la corriera è di casa. Infatti se ne servono i valligiani e la gente, modesta, che trasborda dal treno.Non se ne servono certamente i villeggianti forniti di macchina propria, e nemmeno quelli che arrivano di lontano in pullman; ma i villeggianti più poveri, professori o impiegati con la famiglia, collegiali accompagnate da suore. Tutti costoro hanno qualcosa di patetico.>>

E così l'autrice scende dalla corriera e aspetta il mulo che le porti la valigia attraverso i sentieri tortuosi e accidentati fino alla baita che la accoglie. La proprietaria Denise (o Dionigia) è una donna burbera poco incline al sorriso ma di grande autorità all'interno del meccanismo della residenza: è infatti co-proprietaria con la sorella Angela.
La casa di due piani era spartana con camere arredate con pochi mobili alcuni sicuramente presi in qualche mercatino dell'usato <<le pareti rivestite di legno di pino, il letto di ferro, con la rete ormai a forma di cucchiaio, che rompeva la schiena; la brocca e catino su treppiedi di ferro; di ferro anche il comodino, chiuso davanti da una lastra mobile che ricadeva con fragore: doveva essere stato all'ordine mobile d'ospedale, acquistato in qualche svendita. Il resto: una sedia, un cassettone, non era così squallido, soltanto povero, fabbricato da mano artigiana.>>

Con il tempo, anni di villeggiatura, l'autrice si fa un suo posto in quella comunità chiusa e al contempo saggia e in qualche modo rassegnata a vivere la propria vita con il ritmo della montagna, delle stagioni e del lavoro, non abituata al lusso e probabilmente anche restia a possederlo. Lalla Romano racconta delle sue escursioni: dei grandi prati erbosi, degli stapiombi, delle albe luminose porpora, arancioni gialle, di un posto silenzioso in cui riflettere, respirare.

<<Le stelle sono sempre più rade, più bianche, la stella grande adesso è immobile, ferma come la luna; e tutto è senza colore bluastro. Solo il cielo respira.>>

<< Le ombre sono di un viola intenso, il rosa diventa arancio, i rari squilli di luce ora sono una fanfara: nel silenzio, intatto, siderale. >>

Ma soprattutto, con grande cura, ci racconta di tutte le persone incontrate, alcune riviste, altre scomparse ognuna con quel modo quasi sgarbato, pratico che mira a non sprecare nulla nemmeno le parole, montanaro. 
E così mano a mano che si prosegue la lettura si fa la conoscenza dell'Ingegnere un uomo che sembra conoscere tutti e che la presenta alla maggior parte delle baite intorno alla loro residenza <<al mio tavolo prese posto un solo commensale, che sentii chiamare "ingegnere". Arrivò stropicciandosi le mani e sedette davanti a me. Mi guardò con occhi attenti, curiosi. Occhi neri, piccoli e vivi, infossati nel viso magri mal sbarbato, da operaio. Capelli tagliati corti, quasi rasati, formavano un specie di frangetta sulla sua fronte ossuta.>>
Ma anche la signora Audisio ricca e tagliente signora con cui l'autrice con il tempo impara a conoscere ma non sempre ad apprezzare <<di lei sapevo soltanto che aveva conosciuto il  vero antico tempo di Pralève, e questa già le dava il fascino di una persona un po' irreale>>.
Ma anche tante altre persone che hanno dato forma a un universo molto simile a un'isola, a un mondo a parte che è quello di Pralève, dei suoi boschi e delle sue abitudini.

<< Queste montagne! -sospirò.- Mi ha sempre tormentato un pensiero: non esser capace di dire, di far sentire quello che sono per me queste montagne. >>

Il libro segue lo stile di Lalla Romano a cui a tutto dà un nome, sensazioni e impressioni per primi ma anche descrizioni dettagliate del paesaggio della sala in cui gli ospiti mangiano, delle persone che le girano attorno in analisi quasi antropologiche. L'autrice sembra essere un po' in disparte come se vedesse ogni cosa da vicino ma comunque dall'esterno: non fa del tutto parte di quella comunità ma le è quasi addentro. La prosa prende il suo tempo, segue anch'essa il ritmo della montagna, lento ma forte, significativo in ogni punto, orgoglioso, poetico, riflessivo e piacevole. 


COPERTINA 7,5 | STILE 8 | RACCONTI 8



Titolo: Pralèe e altri racconti della montagna
Autrice: Lalla Romano
Editore: Lindau Edizioni
Numero di pagine: 144
Prezzo: 14,50 euro

Trama

La vacanza in montagna si trasforma per l'autrice nell'occasione per fuggire – o ritornare, nel momento in cui ricorda e scrive – su un'isola lontana dal mondo, dove può osservare ogni cosa per tutto il tempo che merita e penetrare, descrivendola, fino alla radice delle cose. Così trasforma ogni gesto compiuto distrattamente nell'essenza del personaggio che lo compie, ogni parola detta e ogni parola taciuta nello specchio di un animo. Non c'è reale distanza nel suo osservare: l'autrice è sempre lì insieme alle persone che descrive, eppure il suo sguardo è così nitido da far sembrare quei luoghi reali e quei ricordi antichi e preziosi un mondo appena creato.


L'AUTRICE

Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 

Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.
Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.



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