giovedì 24 maggio 2018

RECENSIONE || "Barba intrisa di sangue" di Daniel Galera

<<Ci sono solo due posti possibili per una persona. Uno di questi è la famiglia. L'altro il mondo intero. A volte non è facile capire in quale dei due ci troviamo.>>

A parlare è il protagonista, senza nome, della storia di Daniel Galera in "Barba intrisa di sangue", Sur Edizioni, che alla fine del romanzo ha capito quale luogo fa per lui.
La storia in cui ci trascina Galera è un racconto particolare, a tratti struggente: il ragazzo deve esaudire la richiesta del padre che, prima di suicidarsi, gli chiede di fare luce sulla scomparsa del nonno in una piccola città di mare, Garopaba.

Il nonno conosciuto con il soprannome di Gauderio, un gaucho con poca pazienza e la testa calda, è stato -si dice- assassinato a un ballo dai nativi di Garopaba perchè non andava giù alla città. Il suo corpo non è mai stato ritrovato e nessuno vuole parlare di lui. Perchè? 
Il ragazzo ha i tratti simili, se non identici, a quelli di Gauderio e con la cagnolina Beta, affidatagli dal padre perché l'abbattesse dopo la sua morte, si mette in marcia e va a vivere a Garopaba.  La sua vita è complicata dalla malattia che lo affligge da sempre: non riconoscere i volti, neppure il suo. Non importa quanto affetto prova per quella persona, dopo qualche minuto che sarà scomparsa dal suo campo visivo la sua memoria la cancellerà e farà fatica a riconoscerla in seguito. Proprio per questo Galera non risparmia la descrizioni dei visi, della postura e dei tratti tipici dei personaggi, unico aiuto per il protagonista per riconoscerle in seguito.


Galera ci porta attraverso il suo protagonista in un'America profondamente provinciale e superstiziosa, con una grande memoria, in cui il ragazzo cerca di adattarsi al meglio affittando un piccolo appartamento davanti all'oceano, cercando lavoro come allenatore di nuoto e piano piano facendo ricerche per scoprire di più su suo nonno. 
La trama procede lenta senza quella sensazione di tensione per arrivare alla verità su suo nonno: il lettore si gode il viaggio nella vita del protagonista e si dimentica quasi il perché e il per come che cosa ci faccia a Garopaba. Mentre il ragazzo si innamora, nuota e scopre una nuova pace sempre con accanto la sua cannetta Beta, per caso scopre qualche indizio che lo porta sulle tracce del nonno. A questo punto del libro la figura di Gauderio e quella del ragazzo si sovrappongono in un passato che si proietta nel presente: la città lo rigetta, non lo vuole e solo la caparbia del nuotatore e qualche amico fidato gli farà mettere radici.

Galera costruisce un'intricata storia familiare raccontata attraverso la vita del protagonista senza tralasciare di descrivere l'ambiente sociale e culturale dell'America Latina. Le sue storie non corrono a perdifiato -tipico di questo libro piccole postille che espandono la narrazione per capire meglio e conoscere di più i retroscena tra i personaggi- verso la fine, rappresenta eventi forti che rientrano nelle vite di persone normali e che riescono a suscitare l'interesse del lettore proprio per la connotazione quotidiana. Se per le prime duecento pagine ci si chiede quando e dove la storia avrà quel sapore della ricerca, di mistero, il lettore resterà per lo più deluso perché l'autore ci tiene sospesi in un limbo sbriciolando piccolissimi frammenti che riguardano la storia del nonno e che dovranno attirare la sua attenzione tanto quanto basta per proseguire nella lettura.

Come al solito Sur Edizioni stupisce con un autore e un romanzo particolari che riprendono il concetto che troviamo alla base della rivista Freeman's (in cui è possibile leggere un  racconto di Daniel Galera) della lettura come sorpresa, un libro che non ha nulla di scontato o convenzionale ma che, al contempo, rientra nei canoni dei romanzi facili da apprezzare e leggere. Non a caso la critica lo paragona a Gabriel Garcìa Màrquez, probabilmente per quel sapore delle città tipiche del Sud America in cui il misticismo si mescola alla contemporaneità senza dimenticare le tradizioni e gli enigmi che le contraddistinguono con un ritmo di vita tutto loro.


COPERTINA 7 | STORIA 7 | STILE 7


Titolo: Barba intrisa di sangue
Autore: Daniel Galera, traduzione di Patrizia di Malta
Editore: Sur Edizioni
Numero di pagine: 465
Prezzo: 20,00 euro

Trama

Un ragazzo affetto da un raro disturbo che gli impedisce di ricordare i volti, una cittadina di mare fuori stagione, un mistero da svelare, la sola compagnia dell’oceano e di una cagnetta di nome Beta: questi sono gli elementi intorno ai quali Daniel Galera, con una penna finissima, costruisce una storia sulla ricerca dell’identità, di un posto nel mondo e nella propria famiglia. Poco prima di suicidarsi, il padre rivela al protagonista una scomoda verità sul passato di Gaudério, suo nonno. Il ragazzo decide quindi di trasferirsi a Garopaba, idilliaco villaggio di pescatori, dove il nonno è morto in circostanze poco chiare anni prima, per far luce sulla vicenda. Qui la narrazione prende i ritmi del mare in autunno, mentre l’alone di mistero che avvolge il villaggio si fa più fitto: ben presto, il protagonista scopre il lato nascosto di una comunità felice solo in apparenza, dove viene trattato come un intruso. Tutti sembrano ricordarsi di Gaudério, eppure nessuno vuole parlare di lui. In bilico tra due relazioni e due donne che sembrano guidare le sue scelte, il ragazzo riuscirà poco a poco a stringere il cerchio, fino a portare a galla una verità del tutto inaspettata. SUR si affaccia alla narrativa brasiliana contemporanea con un romanzo forte e delicato insieme, che esplode in un finale potentissimo capace di spiazzare piacevolmente il lettore.

L'AUTORE

Daniel Galera (1979) è uno scrittore e traduttore brasiliano. Autore di romanzi e racconti, tra cui Manuale per investire i cani (Arcana, 2004) e Sogni all’alba del ciclista urbano (Mondadori, 2009), è stato selezionato da Granta tra i migliori giovani scrittori in lingua portoghese. Con Barba intrisa di sangue ha vinto il Premio São Paulo per la Letteratura.





lunedì 14 maggio 2018

Zac4Kids || Quando la tradizione italiana diventa un gioco per bambini, made in Italy!

Andiamo alla scoperta delle più belle storie italiane con i nostri bambini! Come? Con Zac4Kids!

Quando ho scoperto Zac4Kids sono rimasta subito stupita da come questo brand, completamente italiano, sia riuscito a conciliare la tradizione delle città del nostro Paese con i prodotti per bambini in un risultato super colorato e di alta qualità.

Alla base di Zac4Kids c'è Giulia Garolla appassionata di design, ma soprattutto mamma! Giulia ha messo insieme un bel team per realizzare tessili -in collaborazione con AltreMani associazione che aiuta le persone che hanno perso il lavoro- che raccontino una storia, una favola che riguarda le nostre città più belle.


Hanno iniziato giocando in casa, con Siena, la bellissima città toscana dove ogni anno si svolge il Palio, il 2 luglio e il 16 agosto. La collezione è tutta tema "contrade" (sono  17, è il sistema con cui è divisa Siena e solo 10 possono partecipare al Palio) e quindi gli animali spadroneggiano su tutti prodotti di questa collezione! Per vincere il Palio il cavallo de fare tre giri della piazza per vincere... anche senza il suo fantino! Ma che cosa si vince al Palio? Il Palio! Un lungo rettangolo di seta dipinto.

Bavaglini con la Pantera, sacchi per l'asilo con l'Istrice, porta giochi, cuscini e paracolpi stracolmi di tutti i protagonisti delle contrade.
A me è giunto il morbidissimo tappeto giochi con la rappresentazione di Piazza del Campo e le contrade contrassegnate dagli animali. Bordato e imbottito, il tappeto è adatto ai più piccoli e mette d'accordo anche i bambini più grandi: con le sue strade diventa facilmente una pista per macchinine o per le biglie.
Un tappeto utile e utilizzabile ogni giorno che unisce l'estetica e il racconto.

Di questa collezione ho segnato in wishlist il capiente porta giochi (non bastano mai!) e i cuscini. Ogni prodotto è fatto in Italia dalla A alla Z e cucito a mano!


La grafica di Irene Barnes è davvero originale, mi piace che Gabriele e Sofia siano circondati da prodotti non sterili ma che abbiano davvero in sé qualcosa da raccontare, che sia spunto e sprono per la scoperta del nostro bellissimo Paese, per ascoltare storie nuove.
Riscoprire e disegnare una collezione a partire dalle tradizioni è un'idea a dir poco geniale per avvicinare i più piccoli, con prodotti alla loro portata, alle meraviglie italiane. 
Inoltre Zac4Kids ha realizzato un piccolo libro, "Zac a Siena - fantino per un giorno" per introdurre con una piccola favola i bimbi al gioco del Palio (e aiutare i più grandi a raccontare bene la storia con qualche informazione in più!). 
Zac è un piccione che vorrebbe partecipare al Palio, fare il fantino,  e va in giro per Siena a chiedere a ogni animale che rappresenta una contrada come fare. Ma nessuna contrada partecipa al Palio oppure hanno già un fantino. Insomma è troppo tardi per partecipare al Palio... meglio fare altro... con il botto!

I loro prodotti sono disponibili sullo shop di My Family Nation o sul sito di Zac4Kids!



RECENSIONE || "Notte inquieta" di Albrecht Goes

<<Nella mia camera trovo alcune lettere, le getto in una borsa senza leggerle, quelle parole umane in mezzo a un qui e ora disumano. Non si legge, adesso, non si sorride, non si ama...>>

Siamo quasi alla fine della Seconda Guerra mondiale e la voce narrante è quella di un cappellano militare ucraino, senza nome, che ripercorre un po' la biografia dell'autore, Albrecht Goes. Ci troviamo di fronte un uomo saggio ma rassegnato ai tempi che corrono.

<<Finite le strade selciate, lo zuccherificio era già fuori città, e subito dopo si era in mezzo alla campagna. Qua non c'erano distruzioni né miseria, niente vetri rotti, niente macerie; il mondo è intatto, buono e grande come nei primi giorni della creazione.>>


Ed è così che inizia "Notte inquieta", Marcos y Marcos, con il nostro protagonista che cerca rifugio nella campagna dalla caserma, dall'ospedale, dalla morte che incombe sempre più vicina: la riflessione che coglie è struggente e al contempo pratica, Albrecht Goes dipinge una realtà spaventosa ma ineluttabile. In poco più di ventiquattro ore il cappellano militare incontra tutte le sfumature del bene e del male.





Il cappellano viene avvertito di partire con una certa premura per arrivare alla caserma di  Proskurov prima di notte, per dare conforto religioso al condannato a morte, Baranowski, che verrà fucilato all'alba del giorno dopo per diserzione. 
Contrariamente alla prassi, il parroco vuole conoscere la storia del povero giovane che perderà la vita per una legge prettamente militare, che in tempo di pace non avrebbe estirpato una giovane vita. Prende la documentazione da un giudice militare che chiude gli occhi di fronte alle ingiustizie, proprio come questa; da fare da mediatore tra il giudice e il cappellano c'è il maggiore Kartuschke un uomo volgare, crudele che crede fermamente nelle leggi naziste.

<<Non risposi. Per un attimo fissai gli occhi del mio interlocutore, poi sentii che il mio sguardo si volgeva altrove. Per orrore, per vergogna. L'orrore di pensare che ci sono uomini che non dovrebbero esistere. E costui era uno di questi.>>

Alla prigione incontra i detenuti, tutti molto giovani, incarcerati per i motivi più diversi ma tutti legati alla voglia di vivere negata in tempi bellici. Tra questi incontra anche Baranowski che ancora non sa che sta per passare la sua ultima notte. 
Fuori dalla prigione il cappellano viene raggiunto da un altro uomo di fede che dovrà dare il via alla fucilazione vera e propria con diversi scrupoli di coscienza: Goes dà la parola a un personaggio che potrebbe benissimo essere l'altra faccia del protagonista. Il tenente Ernst non crede di riuscire a dare il via agli spari, ha dei figli e quando sarà finita la guerra questo gesto peserà sulla sua coscienza per sempre. Il cappellano militare, come dimostra in più di un'occasione, concorda con il suo collega ma pensa che non cambierebbe i fatti opporsi ai superiori se non essere incarcerati, o peggio, a propria volta. L'unica soluzione attuabile è cercare di fare il meno danno possibile e imporsi alle ingiustizie tentando di dare il massimo conforto alle vittime di un sistema assurdo.
Arrivato alla locanda il cappellano divide la stanza con una coppia che passa la sua ultima notte insieme: il capitano Brentano è stato mandato al fronte, un altro modo per mandare a morte qualcuno. 
Alle prime luci dell'alba il protagonista va a dare conforto al giovane Baranowski scoprendo più informazioni sulla sua vita privata e i motivi per cui si è ritrovato in questa tragica situazione. Il cappellano riesce nel suo lavoro calmando il ragazzo e infondendogli la dignità che merita. Il tutto finisce in poche ore e disgustato il cappellano torna verso la sua caserma. 

<<[...] dovevamo perdere quella guerra, se volevamo avere ancora, in futuro, una vita degna di un uomo, solo pochissimi, a quel tempo, l'avevano capito.>>

Albrecht Goes ci regala un piccolo romanzo intenso in cui riesce a infondere l'amore per la vita, la dignità, gli orrori della guerra in poche parole e con uno stile risolutivo che non manca di cogliere la profondità -alle volte poetica- della situazione senza appesantire la narrazione. L'approccio che sceglie di dare al suo protagonista è molto pratico, modellando un uomo colto, saggio ma impotente e vagamente frustrato (probabilmente anche impaurito) di fronte al grande potere nazista. Il cappellano si scontra con i suoi obblighi compiendo una piccola Odissea (con tanto di creature mostruose e personaggi bonari)  cerando di tenersi a galla attraverso i marosi della vita militare imposta dalla guerra. Stranamente per essere il protagonista un uomo di fede i riferimenti alla religione o alla chiesa sono limitati, durante il racconto il cappellano riferisce poco al Signore, solo dove è estremamente necessario per svolgere il suo lavoro. Una scelta curiosa da parte dell'autore, forse imposta dai tempi che richiedevano pastori di larghe vedute e con una forza che non sempre riesce a trarre origine dalla religione.

"Notte inquieta" riproposto da Marcos y Marcos è stato tradotto in diciotto lingue e per la prima volta pubblicato nel 1950, rimane attualissimo in grado di concentrare  amore, orrore, silenzi, ordini perentori, parole di conforto, speranza, rassegnazione e morte. 


COPERTINA 8,5 | STILE 9 | STORIA 8,5



Titolo: Notte inquieta
Autore: Albrecht Goes, traduzione di Ruth Leiser
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 112
Prezzo: 15,00 euro

Trama

È una sera di ottobre del 1942.

La locanda di Proskurov è gremita di militari in trasferta. Il pastore venuto ad assistere un condannato a morte deve dividere la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. È la guerra, la guerra di Hitler. La notte è nera e tempestosa, la follia nazista e la morte ammorbano l’aria, eppure in quella stanza trionfa la vita. La bella Melanie sale le scale di nascosto e viene ad abbracciare per l’ultima volta il suo capitano. In tre dividono pane e miele, un sorso di caffè vero.
Poi, mentre gli amanti si appartano in un angolo, il pastore si immerge nella storia dell’uomo che verrà fucilato per diserzione: negli atti del processo trova la strada per giungere al suo cuore. E in carcere, più tardi, pastore e condannato si dicono addio come fratelli.
All’alba il plotone d’esecuzione si metterà in marcia, l’aereo del capitano decollerà per Stalingrado.
Ma in quella notte inquieta sguardi, abbracci, voci e parole uniscono per sempre, e rendono giustizia assoluta.

L'AUTORE


Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930.
Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi alla scrittura. È morto a Stoccarda nel 2000. Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa.
Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, sono stati tratti un film e uno sceneggiato televisivo per la bbc.

martedì 8 maggio 2018

RECENSIONE || "Due racconti" di Lalla Romano

Ritorno a parlare di una delle autrice italiane che più mi piace leggere, Lalla Romano e dei suoi preziosissimi racconti.

Pubblicati da Lindau Edizioni "Due racconti" trattano di temi straordinari ma che in qualche modo rientrano nella branca dei "fatti di vita", sempre con il taglio pulito e trasparente di un'autrice che riesce magistralmente a rendere interessante ogni evento della vita.





In questo piccolo libro due argomenti totalmente diversi vengono trattati da Lalla Romano. Il primo si situa cronologicamente quando la Romano era ancora professoressa a scuola: a una sua collega sono stati tolti i figli perché non ha concesso ai medici di fare una trasfusione al più piccolo per una questione religiosa. Lalla Romano viene presa in causa dalla preside per decidere se l'insegnante dovrebbe essere licenziata (o comunque pesantemente ammonita) anche dalla scuola. In "Un caso di coscienza" Lalla Romano prende le parti dell'insegnante, Mimma, e affronta la situazione come una personale crociata. Il punto di vista che sceglie è il suo, difende la collega perché crede che abbia ragione anche se lei non è sua amica e prima non la conosceva. Il racconto analizza i diversi personaggi, o meglio persone con nome e cognome, in funzione di questa spinosa controversia e spiegare le diverse reazioni verso Mimma. 

Il secondo racconto, "Ho sognato l'ospedale", è più personale e secondo me anche il meglio riuscito tra i due: Lalla Romano, ormai anziana, è stata ricoverata in ospedale. Rincontriamo alcuni dei protagonisti di altri suoi libri, suo nipote Emiliano ormai grande e alto, sua nuora con cui non ha un rapporto riuscito, ma comunque rispettoso. 
L'ospedale diventa un posto in cui fare nuove conoscenze e imparare nuove regole e ritmi che la scrittrice assimila in fretta -grazie a una nuova compagna- fino alla sua dimissione. La facilità con cui parla e descrive il periodo della degenza è illuminante: le persone ricoverate con lei svegliano ricordi di persone lontane e a cui attribuisce nomi e caratteristiche; la ricerca di posti in cui soddisfare i bisogni primari (il bagno, la tavola dove pranzare, i letti in cui dormire) è mirata, in modo che si senta a proprio agio, quasi a casa e comunica tutto ciò al lettore come se fosse qualcosa di impellente, urgente. Tutto è descritto con estrema semplicità, senza tralasciare pensieri, sogni e intenzioni, creando una struttura in cui il lettore viene completamente risucchiato e reso partecipe quasi se fosse il suo unico compagno con cui parlare francamente.

"Due racconti" è un piccolo duo che consiglio solo ai lettori abituali della Romano, lettori che conoscono già il suo stile e ciò che sceglie di raccontare. Credo che il primo libro con cui approcciarsi alla Romano sia "Inseparabile", tra tutti decisamente il mio preferito, probabilmente il più appetibile ai neofiti di questa bravissima scrittrice.



COPERTINA 7 | STILE 8



Titolo: Due racconti. Un caso di coscienza, Ho sognato l'ospedale 
Autore: Lalla Romano
Editore: LIndau Editore
Numero di pagine: 120
Prezzo: 13,00 euro

Trama

«La Critica più avveduta (soprattutto Angelo Gugliemi e Giovanni Giudici) ha letto e saputo leggere questi racconti come poesia, come opera poetica, sottolineandone a più riprese il pregio della scrittura in cui tutto – fuori da ogni equivoco aneddotico – si domicilia nella sua più autentica residenza: il che significa, dunque, che siamo di fronte a un’opera da leggersi non soltanto per quello che dice, ma per quello che è. 

Non tanto (o non solo) per il suo “contenuto” ma per il “modo” in cui questo contenuto trova espressione».




L'AUTRICE


Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 

Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.
Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.


mercoledì 2 maggio 2018

RECENSIONE || "Tu l'hai detto" di Connie Palmen

<<I giorni, i numeri, le stelle, i pianeti e i miei amici mi messo in guardia, ma la mia felicità somigliava a quella di quando ero ragazzo e con mio fratello [...] ce ne andavamo in giro per la natura.>>

Poche volte mi sono imbattuta in libri tanto densi e vischiosi come "Tu l'hai detto" di Connie Palmen, Iperborea.
In una fitta trama l'autrice sceglie come voce narrante Ted Hughes, marito della famosissima poetessa Sylvia Plath, ormai provato e invecchiato.
Il suo racconto della loro vita insieme non è solo dettagliato ma intimo, preciso e senza sbavature, le descrizioni si dilatano fino a comprendere il più piccolo sentimento e pezzettino di esistenza dei protagonisti, emozionante e talvolta imbarazzante.

Tante sono le biografie e le agiografie dedicate al personaggio di Sylvia Plath: donna grandemente dotata in senso artistico, nella sua breve vita, è stata vittima dei demoni della mente fin in giovane età. 
Particolarmente scossa dalla morte prematura del padre per un diabete non curato, dagli otto anni Sylvia si rinchiude in un mondo tutto suo. Crescendo svuota la sua depressione nella poesia che, al contrario di essere taumaturgica, si dimostra essere un fuoco che accresce e fomenta le sue idee malsane.

L'incontro con il poeta Ted Hughes rappresenta una svolta nella sua vita: da quel momento sono un'unica anima, un'unica persona avvolte nel bisogno di aiuto di Sylvia per scacciare incubi e pensieri inquietanti. Hughes oltre a essere bravissimo con carta e penna è da sempre fanatico di stelle, oroscopi, spiriti, fantasmi e in generale fatalità. Da questo punto vista il nostro narratore ci racconta una vita fatta di simbolismi e coincidenze. Il matrimonio è un continuo spostamento da un continente all'altro, dalla vita di città alla vita di campagna per assecondare ispirazioni artistiche e capricci di Sylvia. Ted diventa imprenscindibile unico a capirla, consolarla, sopportarla e curarla finché stanco e prosciugato da una relazione infettiva e purulenta scappa tra le braccia di Lilith Merwin, scagliandosi addosso l'ira di amici e colleghi dei salotti londinesi e delle future memorie dedicate a Sylvia Plath.

<<Dobbiamo guardare in faccia i nostri mostri, ammansire i lupi, cercare il Minotauro nei labirinti della nostra anima e ucciderlo, perché se non lo facciamo, saranno loro a uccidere a noi.>>

Il romanzo sembra essere scritto direttamente dal pugno di Ted Hughes non solo per i dettagli rivelati sulla relazione tra i due, ma anche per quanto riguarda lo stile coinvolgente, impossibile da allontanare, un richiamo per chi sta leggendo a una lettura quasi spasmodica. In alcuni punti la narrazione si fa invadente, si entra  nel rapporto tra Sylvia e Ted, nei loro momenti intimi, nella furia distruttrice e auto distruttrice di Sylvia, nell'annullarsi di Ted.
Ne risulta un ritratto della poetessa meno idealizzato e più realistico, una persona disturbata e amata all'inverosimile: scatti d'ira, cambi di umore, invidia repressa, gelosia portata all'estremo, desiderio di morte per raggiungere il padre sono il pane quotidiano all'interno della coppia. 
L'autrice è riuscita a creare qualcosa di originale nel mare magnum di opere dedicate all'artista ma da un punto di vista non solo nuovo ma anche pericoloso: nella maggior parte delle agiografie e biografie il marito della famosa Sylvia Plath viene dipinto come un lupo, come un fedifrago e forse causa del malessere di Sylvia, mentre in questo caso la coppia non viene messa agli opposti ma rappresentata come un'unica anima dominata talvolta dall'amore e in altre occasioni da emozioni e sentimenti meno nobili in una relazione che non poteva che implodere distruggendo uno dei due.
Durante la lettura non sono sporadici riferimenti a opere poetiche  (a me per lo più sconosciute), non solo firmate da Sylvia e Ted, ma di altri autori importanti che hanno segnato il Ventesimo secolo -Yeats, T.S. Eliot, Al Alvarez- particolare che fa sempre piacere e che rendono le biografie romanzate, in generale, spunti per nuove letture e faro su autori e opere trattate.

Una biografia romanzata tra le più riuscite, raccapricciante nei contenuti, in cui si ha a che fare direttamente con i protagonisti della vicenda senza avvertire la mediazione di un terzo proprio perché abilmente si nasconde dietro la maschera dalle sembianze di Ted Hughes oramai consapevole di ciò che accadrà in futuro e quindi a tratti veggente e anticipatore di quale catastrofiche conseguenze hanno avuto certe scelte nella loro caotica e, alla fine, tragica vita.


COPERTINA 4 | STORIA 8 | STILE 8,5


Titolo: Tu l'hai detto
Autore: Connie Palmen, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 256
Prezzo: 17,00 euro

Trama

Ted Hughes e Sylvia Plath, la coppia «maledetta» della letteratura moderna, segnata dal suicidio di Sylvia a soli trent’anni nel 1963, ha ispirato ogni sorta di speculazioni e mitizzazioni sulla fragile martire e il suo brutale carnefice. In questo romanzo Connie Palmen dà voce a Ted Hughes e fa raccontare a lui – il poeta, il marito, l’uomo che non può smettere di interrogarsi sulle proprie colpe ma che ha sempre mantenuto un religioso silenzio sulla moglie perduta – la sua verità. Una confessione intima, un incalzante viaggio emotivo che ci risucchia nella spirale di un amore tragico fra due scrittori uniti nel sacro fuoco dell’arte: dal primo folgorante incontro che sembra proiettarli in una sfera magica e rivelarli predestinati uno all’altra, al tempestivo matrimonio, il lungo viaggio nella natura americana, la mondanità letteraria di Londra e l’arrivo dei figli, la brillante carriera di lui e la lotta incessante di lei contro i propri demoni. Sylvia, l’irresistibile enfant prodige delle lettere americane, acuta, passionale, ma in realtà una bambina con l’anima di vetro che chiede aiuto, piena di incubi e paure, capace di vivere solo di assoluti, ossessionata dalle aspettative nei suoi confronti fino a includere anche la maternità nella sua ansia di successo, vittima di una mitologia personale che le impone il sacrificio sull’altare della poesia, il martirio come destino, liberazione e rinascita. Ted, l’intellettuale europeo affascinato dai reami dell’inconscio, che in lei trova una musa e una compagna di vita, che a lei dà tutto se stesso per cercare di salvarla dal suo lato oscuro, ritrovandosi intrappolato in un legame di mutua dipendenza sempre più viscerale, esigente, predatorio, e scoprendosi incapace di starle accanto.


L'AUTRICE

Connie Palmen (1955) è una nota scrittrice olandese. Ha avuto uno straordinario successo di critica e vendite con il suo primo libro, Le leggi (Feltrinelli, 1993) a cui sono seguiti numerosi romanzi e raccolte di saggi tradotti in venti lingue. Con Tu l'hai detto ha vinto il prestigioso Premio Libris nel 2016.

venerdì 27 aprile 2018

RECENSIONE || "Tagliando i capelli" di Ring Lardner

Per iniziare a parlarvi di questa raccolta di racconti mi aggancerò a qualcosa che difficilmente si trova nei libri e ancora di più all'interno di racconti scritti nella prima metà del Novecento: l'ironia. Mi riferisco a quel tipo di ironia che possiamo trovare più facilmente in America, intorno agli anni Cinquanta o Sessanta del Novecento, quando simpatici signori in papillon  e scarpe lucide si esibivano nei locali più alla moda davanti a microfoni grandi come la loro faccia. Facevano morire dal ridere, davvero sbellicare, e si rifacevano non solo alla politica ma anche a sketch che provenivano da dialoghi comuni; proprio questi ultimi sono i soggetti di Ring Lardner, chiacchiere, quelle che si fanno dal barbiere.

"Tagliando i capelli" di Ring Lardner, marcos y marcos, è una piccola chicca che si è aggiudicata il primo posto nella mia classifica di racconti.
Scanzonato, Ring Lardner adotta un registro che si rifà, nella maggior dei casi, ai ceti medi e bassi della società. Di solito leggiamo un dialogo, quasi una conversazione messa per iscritto, dove i due dialoganti non si ascoltano quasi, rovesciandosi addosso ognuno le loro idee; oppure di racconti in cui un personaggio si rivolge al lettore come se fosse il suo interlocutore e racconta un fatto, un avvenimento che fa da protagonista per tutto il racconto.

Non si può che concordare con Daniele Benati, il traduttore nella raccolta, quando afferma che Lardner rimane newspaper man, un giornalista che nella sua carriera ha sempre prodotto short stories, racconti mai bestseller. Per quanto mi riguarda i racconti rivelano una dote di Lardner  che lo rende non da meno rispetto qualsiasi altro autore del Novecento: riuscire a cogliere la natura umana nelle sue note più piacevoli e spiacevoli, nei suoi modi così "umani" -immergiamoci in dialoghi tra una signorina e un signore in cui la signorina crea di far colpo sul suo interlocutore, un'infermiera in un sanatorio che ha piacere di raccontare la sua vita privata al suo paziente, interrompendolo e non ascoltano minimamente ciò che ha da dire, la storia di Jim di quanto faceva ridere ridicolizzando gli altri compaesani nella bottega del barbiere, una diciottenne vittima dei prima amori, una coppia succube dei signori Stevens che cercano di risolvergli ogni problema a modo loro- mettendoli su carta con una sintassi ritmica, utilizzando un registro appositamente "plebeo" al limite del gergale, in racconti con una grande dose di arguzia e sarcasmo che non possono che far scappare una risata.

Lardner si rivela un autore poliedrico adatto sia ai neofiti dei racconti per la semplicità con cui si possono affrontare ma senza tralasciare un sottofondo di profonda riflessione, sia a chi legge da sempre racconti: lo stile di Lardner non si sforza di comunicare emozioni forti, spronare il lettore nella lettura, è naturalmente attraente per contenuto e forma. In questo senso durante la lettura non si coglie nessuna ansia, tristezza, euforia è semplicemente bello e divertente leggere i suoi racconti; solo più tardi si ha coscienza della consistenza di ciò che è stato letto. 
Non da ultimo Ring Lardner gioca moltissimo con la lingua inglese, in parte visibile anche nella traduzione italiana: in "I fatti" troviamo uno scambio spassosissimo tra il signor Bowen e il controllore del treno: Billy Bowen cerca di arrivare dalla sua bella in treno, a South Ben, ma dopo i bagordi pomeridiani con il suo amico non gli riesce di prendere quello giusto.

E quando Billy raggiunse il cancello, il treno delle cinque e venticinque era già partito e quello delle cinque e trenta si preparava a corrergli dietro.
<<Per dove?>> domandò il bigliettaio.
<<Sbraun Zen>>.
<<Corra, allora>> disse il bigliettaio.
Billy si mise a correre. Corse verso il primo vagone belvedere del treno Rock Island, diretto a St. Joe, nel Missouri.
<<Dove?>>. domandò il controllore.
<<Sbraun Zo>> disse Billy.
<<Lo vedo bene che è sbronzo>> disse il controllore. <<Ma dov'è che deve andare?>>

Tra i racconti più divertenti "Zona di silenzio", "Tagliando i capelli", "Il signor e la signora Ci-pensiamo-noi, "Dialoghi di viaggio".
Lardner è sempre stato sottovalutato per non aver prodotto un grande romanzo al pari di Fitzgerald o Hemingway, mentre andrebbe valutato per la qualità di comunicare grande umanità con sarcasmo e arguzia senza mai tralasciare il piacere della lettura.


COPERTINA 8 | STILE 9 | RACCONTI 9



Titolo: Tagliando i capelli 
Autore: Ring Lardner
Editore: Marcos y marcos
Numero di pagine: 224
Prezzo: 14,50 euro

Trama

Ah, questi Americani frivoli e frenetici degli albori del Novecento; questa ingenua e maliziosa borghesia di provincia, questi cinici signoroni di città con in testa il mito inscalfibile di Hollywood, del denaro pigliatutto, del successo nello sport: sigari e bridge, bionde e baseball… i racconti di Ring Lardner riescono a renderne in pieno la forza.
Che soggetto, ad esempio, che balengo quell’Elliott. Potrebbe essere il più forte battitore di baseball del mondo. Schianta gli avversari scagliando la palla come un missile verso le stelle. Poi, inspiegabilmente, rimane lì impalato e brucia decine di punti. D’altronde, è uno che si fa la barba, ridacchiando, in piena notte e a volte sembra pronto a sgozzare un compagno di squadra senza motivo.
Altro bel tipo, il barbiere che rievoca – una miscela di epica e malignità – le bravate del bullo rappresentante di scarpe. Uno di quelli che ti si piazzano in bottega e tengono banco. Piccoli raggiri, lettere che seminano zizzania qua e là. Finché qualcuno non gli fa le scarpe con un sano colpo di fucile.
O ancora, una coppia costretta a cambiare città. Non per via di un pluriomicida. Ma per lo schiacciante eccesso di “sollecitudine” con cui i nuovi amici, certi Stevens, si intrufolano in ogni incombenza. Non c’è angolo della vita – automobile, rasoio, casa reggiseni vacanze – su cui quelli non la sappiano più lunga. E non si intromettano cambiando tutto, come loro credono sia meglio, fino allo sfiancamento.

Una lingua che fotografa perfettamente la parlata della gente comune, vezzi e birignao dei potenti, modini e gorgheggi delle signorine in amore. Una traduzione che corrisponde in pieno alla tavolozza di Lardner, questa di Daniele Benati, da tempo cultore del maestro del racconto moderno americano.

L'AUTORE


In barba a una gamba piuttosto ribelle, fin da bambino Ring Lardner si dedica allo sport – e al baseball in particolare – con un entusiasmo straordinario.
Lardner, nato a Niles (Michigan) nel 1885, proviene da una famiglia benestante e conservatrice, caduta in difficoltà finanziarie.
Quando, nel 1910, approda al «Chicago Tribune» e pubblica il primo articolo dedicato proprio al baseball, nessuno presta attenzione a quel ragazzotto dall’aria elegante e un po’ arcigna. Quando, solo tre anni dopo, avvia la rubrica “In the Wave of the News” (Sull’onda delle notizie), la sua celebrità esplode. In meno di un lustro, viene celebrato fra i fondatori del giornalismo americano moderno. Nel periodo di massima gloria, i suoi pezzi sullo sport vengono ripresi da più di cento quotidiani.
Paragonato a Mark Twain, ammirato da Hemingway e Scott Fitzgerald, che lo esorta a pubblicare il famoso How to Write Short Stories (Come si scrivono racconti) prima ancora di averne pubblicati di suoi, Lardner darà successivamente alle stampe diverse raccolte di racconti.
Quattro le più celebri: You Know Me, Al (1916), Gullible’s Travels (1917), The Love Nest and Other Stories (1926) e Round Up (1929). Il suo stile, caratterizzato da un parlato vivace, perfettamente aderente al reale, entusiasma persino Virginia Woolf.
Appesantito da un lungo periodo di alcolismo, Lardner muore nel 1933, non ancora cinquantenne, per un attacco di cuore.

Marcos y Marcos ha pubblicato Tagliando i capelli.








martedì 24 aprile 2018

RECENSIONE || All'ombra di Julius di Elizabeth Jane Howard

<<Quando una cosa va male... lo sai come ci si sente... sul momento ti sembra che quello che fai non abbia importanza, che tutto sia perduto comunque. Poi viene il momento in cui ti accorgi che invece importava eccome, ma non puoi più farci niente. Tutto importa, proprio come se le cose fossero sempre andate così come dovevano andare.>>


Dopo aver letto la saga dei Cazalet pensavo di non amare mai più in modo così viscerale nessun altro personaggio nato dalla penna di Elizabeth Jane Howard.
Il tempo di questi romanzi corali era da una parte stretto da necessità narrative e dall'altra dilatato per dare spazio ai numerosi personaggi presenti.

Non fa eccezione la struttura di "All'ombra di Julius", editato di fresco da Fazi Editore, un romanzo corale pieno di sottintesi, emozioni e sentimenti profondi, di quelli che sanno condizionare un'intera vita.

Esme, Emma e Cressidra Grace sono rimaste senza Julius. Sua moglie Esme quasi sessantenne è rimasta sola, nemmeno il suo amante Felix ha retto alla morte eroica di Julius e l'ha lasciata. Emma e Cressidra, le figlie di Julius, cercano invano una figura maschile che le aiuti a superare la morte del padre: profondamente sono rimaste sconvolte dalla sua assenza. Proprio questa assenza, che è in realtà una presenza ben consolidata nelle attività, nelle scelte e nelle sensazioni dei personaggi fa da motore per l'intera narrazione
Emma è insicura, crede che non troverà mai l'amore e si limita a lavorare nella casa editrice di famiglia; Cressidra si lascia usare dagli uomini in cerca di amore, illudendosi di essere lei a manovrare le relazioni che ha. Pianista di mediocre successo, non è mai felice né mentre suona, né mentre è con la sua famiglia o il compagno di turno, sembra che la passione abbia lasciato il suo corpo e a trentotto anni ha il terrore di rimanere sola per sempre come sua madre, con cui ha un rapporto odioso.
Nel mezzo i ricordi della famiglia Grace, benestanti e all'apparenza una famiglia serena e felice; in realtà il matrimonio di di Julius e Esme non era dei più riusciti: Esme non capiva Julius e intesseva relazioni con altri uomini per consolazione e per soddisfare il suo ego.
Julius, all'opposto, non potendo partecipare alla Seconda Guerra mondiale cerca nel suo piccolo di aiutare gli altri, facendo pubblicare alla sua casa editrice quanti più manuali e libri in favore della pace. 
Ma questo non gli basta. 
Senza far capire nulla alla sua famiglia decide di partire dalle coste inglesi -con una barca comprata per poche sterline e di cui sa solo gli elementi base per manovrarla- e andare a salvare quanti più connazionali intrappolati sulle spiagge di Dunkirk. La sua avventura gli sarà fatale e peserà sul futuro dell'intera famiglia.  

Un weekend nella casa di campagna, nei dintorni di Londra, dei Grace viene dilatato fino a fare da sfondo a praticamente tutto il romanzo. Emma invita un poeta conosciuto il venerdì mattina, Cressidra torna a casa per il fine settimana, Felix vuole rivedere Esme e quest'ultima invita a cena la signora e il signor Hammond e il signor Hawkes. Questa combriccola scatenerà piccole grandi tragedie che riusciranno a ricomporre, sistemare e dare una risposta a ciò che un'intera esistenza non è riuscita a fare.

<<Ma la parola "amore" serviva ormai più che altro a stendere una patina di nobiltà su quel genere di situazioni. [...] perché essere vista per lei era importante al pari di essere>>

Ogni personaggio principale ha voce in capitolo, rivelando il suo punto di vista al lettore che mano mano che procede nella lettura riesce a entrare nella psiche dei protagonisti senza difficoltà, decifrando comportamenti, frasi, sottintesi.

L'onniscienza del lettore dona una qualità impagabile nei romanzi di questo calibro, entrare completamente in simbiosi non solo con i personaggi stessi ma con la trama creando un rapporto empatico e la sensazione di non poter fare a meno di finire di leggere il libro.


Elizabeth Jane Howard si riconferma la maestra dei sentimenti, di illustrare al meglio situazioni e sensazioni dell'animo umano impossibili da descrivere coinvolgendo il lettore in modo intenso e mai scontato, assicurandosi il titolo di una delle migliori scrittrici del Novecento.



COPERTINA 8 | STILE 9 | STORIA 8,5



Titolo: All'ombra di Julius
Autrice: Elizabeth Jane Howard, traduzione di Manuela Francescon
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 328
Prezzo: 20,00 euro

Trama

Londra, anni Sessanta. Sono trascorsi vent’anni da quando Julius è venuto a mancare, ma il suo ultimo gesto eroico ha lasciato un segno indelebile nelle vite di chi gli era vicino. Emma, la figlia minore, ventisette anni, lavora nella casa editrice di famiglia e non mostra alcun interesse verso il matrimonio. Al contrario, Cressida, la maggiore, è troppo occupata a struggersi a causa dei suoi amanti, spesso uomini sposati, per concentrarsi sulla carriera di pianista. Nel frattempo Esme, la vedova di Julius, ancora attraente alla soglia dei sessant’anni, rifugge la solitudine perdendosi nella routine domestica della sua bellissima casa color rosa pesca. E poi c’è Felix, ex amante di Esme e suo unico vero amore, che l’ha lasciata quando il marito è scomparso e torna in scena dopo vent’anni di assenza. E infine Dan, un estraneo. Le tre donne e i due uomini, legati da un filo che solca presente e passato, si ritrovano a trascorrere un fine settimana tutti insieme in campagna: caratteri e personalità, segreti e lati nascosti, emergeranno attimo dopo attimo in queste giornate intense, disastrose e rivelatrici, sulle quali incombe, prepotente, l’ombra di Julius.
Dall’autrice della saga dei Cazalet, un nuovo romanzo ricco di sensualità e delicata ironia, in cui commedia e tragedia si fondono magistralmente e in cui ritroviamo l’eleganza, l’acume e il talento di Elizabeth Jane Howard.

L'AUTRICE
(Londra, 1923 – Bungay, 2014). Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo. Fazi Editore ha pubblicato il romanzo Il lungo sguardo e i cinque volumi della saga: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesaConfusioneAllontanarsi e Tutto cambia. È attualmente in fase di lavorazione una serie TV basata sui Cazalet dai produttori di Downton Abbey.