lunedì 29 gennaio 2018

RECENSIONE || "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson

Finalmente ho trovato il momento giusto per leggere un altro libro di Shirley Jackson, "Abbiamo sempre vissuto nel castello", Adelphi Edizioni, forse il libro più letto di questa autrice. 
Particolare, originale, con un intreccio davvero ingegnoso "Abbiamo sempre vissuto nel castello" è una sorta di mistero, di giallo ma ha anche un gusto più intenso, più profondo.
La narrazione si apre con un flashback della protagonista che racconta che cosa fece il primo giorno, il primo passo verso la disfatta. 
Mary Katherine (detta Merricat) si sta recando in paese, come di consueto fa due volte la settimana, per la spesa e cambiare i libri in biblioteca. Ma la sua passeggiata non è delle più tranquille: Merricat guarda i compaesani sulla difensiva, con aria di superiorità e i paesani la deridono dietro alle spalle. Perchè mai la gente si azzittisce al suo passaggio e i brusii si fanno più intensi dopo che esce dal negozio di alimentari?

Si intuisce che qualche evento drammatico e orribile sia avvenuto nel castello della famiglia di Merricat, i Blackwood ,e che qualcuno della famiglia che è sopravvissuto sia stato il responsabile. Le canzonature dei bambini per strada nei confronti della giovane Mary Katherine sono chiare: la sorella Constance è stata sospettata di aver avvelenato i suoi genitori, la zia e il fratellino portandoli tutti alla morte.

Merricat corre verso il suo paradiso (e il suo amato gatto da cui non si separa mai, Jonas), il mondo che lei, Connie e lo zio in sedia a rotelle e anziano hanno costruito. Una dimora ampia, tenuta in perfetto ordine grazie alla routine stretta e ciclica che non ammette nessuna deviazione delle sorelle Blackwood. Il giardino è recintato e la strana Merricat per mezzo di oggetti superstiziosi  tiene lontani gli spiriti maligni e le persone cattive. Fino a un giorno in cui si presenta alla porta un lontano cugino della famiglia, Charles, che non ha esattamente buone intenzioni che porta alla distruzione del mondo scombinato ma amorevole, della realtà costruita con fatica dai tre membri sopravvissuti della famiglia anche se spesso incomprensibile. Il lettore si trova faccia a faccia con protagonisti che fanno cose senza senso per un motivo o per l'altro ma che comunque riescono a convivere serenamente e in pace accettando le eccentricità di ognuno.

Shirley Jackson ancora una volta stupisce con una costruzione narrativa originale, personaggi unici e inequivocabilmente strambi ma dotati di un amore profondo l'uno per l'altro, riesce a far scattare tutti gli ingranaggi senza sforzare l'idea di fondo o il corso della storia. La trama è intrigante, il perno sta nel bisogno di nascondersi dalla città della famiglia Blackwood e l'odio dei paesani che non è facilmente comprensibile, appare invece crudele e ingiustificato: la povera Connie è stata scagionata, non è stata lei a mettere l'arsenico nello zucchero del dessert. Ma qualcuno della famiglia deve essere comunque stato. Da qui la gente sparla, spia e appena può devasta la loro dimora, forse per una maturata invidia nella loro sorte e nella capacità di sapersi amare a prescindere dall'efferato delitto. 

Consiglio questo breve ma intenso romanzo non solo agli amanti del giallo, del mistero ma anche a chi ama trame che nascondono sentimenti profondi, che amano conoscere personaggi costruiti a tutto tondo, realistici nelle loro particolarità. 


COPERTINA 7 | STILE 8,5 | STORIA 8,5

Titolo: Abbiamo sempre vissuto nel castello
Autore: Shirley Jackson, traduzione di Monica Pareschi
Editore: Adelphi Editore
Numero di pagine: 182
Prezzo: 18,00 euro

Trama

«A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»: con questa dedica si apre L’incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i «brividi silenziosi e cumulativi» che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker – abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.




1 commento:

  1. A me era piaciuto tanto - non ricordo se ti avevo linkato la mia recensione quando avevo commentato la tua dell'altro libro della Jackson.
    La crudeltà dei compaesani nel finale è qualcosa che urta i nervi all'inverosimile.

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